sabato 18 aprile 2026
Serial Griller
Egregio giudice monocratico, lei ha ritenuto giusto assolvere Roberto Saviano. Che dire? Ite, missa est, andate in pace, così sia, amen. Saviano definì Matteo Salvini “ministro della malavita”, facendo suo – Saviano conosce l’arte dell’appropriazione – il titolo di un saggio di Gaetano Salvemini. Il volume edito nel 1910, fu sciaguratamente ripubblicato nel 1919, anno di fondazione dei “Fasci italiani di combattimento”. Quindi, secondo i dottori della legalità, definire un leader politico “ministro della malavita” non configurerebbe reato di diffamazione. Signor giudice, forse sarà utile, per consolidare la cultura di base, un ripasso, a cominciare dalla storiografia. Mi permetto di fornirle gratuitamente e fraternamente una rilettura, a mo’ di ripetizione a casa o nel dopo scuola. La storia d'Italia racconta che quel titolo fu, tra gli altri insulti contro Giovanni Giolitti (“boia labbrone”, “mestatore di Dronero”, “panciafichista”), decisivo nella demonizzazione della cornice liberale e del parlamentarismo. L’antigiolittismo più feroce venne ripreso e fatto proprio da Benito Mussolini, che, molto prima di Saviano, rilanciò più volte quella ingiuria, divenuta uno degli slogan più reiterati ed incisivi della propaganda fascista in vista della marcia su Roma.
Insomma, “ministro della malavita”, assai più che diffamazione, rappresentò uno dei veleni verbali per ammorbare la visione politica delle masse. Insomma, si trattò di una tessera fondamentale nel rendere accettabile un “ordine nuovo” e, comunque, auspicabile la creazione del mosaico illiberale, poliziesco, dittatoriale. In luogo delle lentezze, degli andirivieni, degli impacci parlamentari, perché non semplificare, andando direttamente e velocemente al sodo con l’uomo solo al comando? Gaetano Salvemini fu uno dei troppi social-incoscienti responsabili dell’antiparlamentarismo e dell’antipolitica che condussero a 20 anni di fascismo. Del resto, sia pure in ritardo, lo stesso Salvemini capì d’aver esagerato e favorito non il Sole dell’Avvenire, ma il buio dell’illiberalismo. “Ministro della malavita”, quindi, non suona soltanto come insulto sanguinoso, essendo piuttosto l’eco di una tragedia nazionale. Da parte mia, se fossi un togato “democratico”, per non passare per nostalgico, sanzionerei duramente chiunque affibbiasse quella criminogena espressione a chicchessia.
di Lapo Levil