giovedì 16 aprile 2026
L’intervento di Francesco Catera, il vice-coordinatore regionale di Forza Italia Giovani Calabria, offre una chiave di lettura netta del referendum, prendendo di mira soprattutto l’interpretazione costruita dai comitati del “No” e dalla sinistra, che avrebbero attribuito al voto una valenza politica che andava ben oltre il merito della riforma, fino a essere presentato come una possibile “spallata” al governo e alla maggioranza che sostiene Giorgia Meloni. Ma è proprio questa tesi che viene contestata: la vittoria del “No”, osserva Catera, non ha cambiato affatto gli equilibri parlamentari né metterebbe in discussione la tenuta dell’esecutivo. Anzi, il paradosso è ben riassunto nella battuta attribuita a Giorgia Meloni: chi spera di colpire il governo, finirebbe in realtà per “tenersi” la premier che contesta e una giustizia rimasta sostanzialmente immutata. Il punto, insomma, è che non c’è alcun automatismo tra l’esito referendario e la crisi politica, e leggere il voto come un plebiscito pro o contro il governo rischia di deformarne il significato.
Il passaggio più interessante dell’intervista è quello rivolto al campo del centrodestra. Qui il tono cambia e diventa più esigente, perché l’intervento invita apertamente a una forma di autocritica. Se una porzione dell’elettorato di destra – stimata attorno al 12-13 per cento – non ha seguito fino in fondo la linea sostenuta dalla maggioranza, allora il dato non può essere liquidato come irrilevante. È un segnale politico che merita di essere compreso, non nascosto. Al di là delle letture propagandistiche della sinistra, il referendum solleva una questione interna al centrodestra, chiamato a interrogarsi sulla propria capacità di mobilitare e convincere il suo stesso blocco sociale. Più che un colpo al governo, dunque, il voto appare come un campanello d’allarme per chi, a destra, pensava di poter dare per scontata la piena compattezza del proprio elettorato.
di Redazione