giovedì 16 aprile 2026
La terza porta in faccia dal Csm e il crepuscolo del sistema Emiliano
Non c’è due senza tre, ma nel caso di Michele Emiliano, il terzo “no” del Consiglio Superiore della Magistratura assume il sapore di un verdetto definitivo, quasi un’esortazione biblica a deporre le armi. La terza commissione di Palazzo dei Marescialli ha respinto, con una maggioranza schiacciante (5 voti contro 1), la richiesta della Regione Puglia di collocare l’ex magistrato “fuori ruolo” per ricoprire l’incarico di consulente giuridico della giunta guidata da Antonio Decaro.
LA CRONACA DEL TERZO SCHIAFFO
Nonostante i tentativi di “cosmesi” burocratica messi in atto dalla Regione ‒ che ha cercato di giustificare l’incarico legandolo a dossier pesanti come la crisi dell’ex Ilva ‒ il Csm è stato granitico. Il motivo è tecnico ma profondamente politico: non sussistono le condizioni di legge per il collocamento fuori ruolo. La norma, inasprita nel 2024, punta a evitare le cosiddette “porte girevoli” e a preservare l’immagine di imparzialità della toga. Per il Csm, vedere un ex governatore svestire i panni di politico per indossare quelli di “consulente tecnico” nello stesso ufficio è un cortocircuito istituzionale inaccettabile.
IL PARADOSSO DECARO: L’EREDE CHE “INGOMBRA” IL MAESTRO
La morale delle tre bocciature risiede in una dinamica di potere quasi shakespeariana. Antonio Decaro, il delfino che ha superato il maestro, si trova in una posizione ambigua: da un lato, deve la sua ascesa a quel sistema di potere costruito da Emiliano in vent’anni; dall’altro, la presenza di Emiliano in via Capruzzi come “consulente” da 130mila euro l’anno somiglia più a un commissariamento ombra che a un supporto tecnico. Le malelingue romane e baresi suggeriscono che Decaro stia facendo “di tutto” per sistemarlo non tanto per gratitudine, quanto per neutralizzarlo. Tenerlo in un ufficio regionale significa monitorarlo, ma il naufragio delle delibere al Csm sta trasformando Emiliano in un “orpello politico” ingombrante, un ex sovrano che non riesce a rassegnarsi all’esilio dorato.
LA MORALE DEL “SISTEMA PUGLIA”
La morale è amara per l’ex magistrato: la magistratura non lo riaccoglie come se nulla fosse, e la politica non sa più dove metterlo. Le tre bocciature dicono che il tempo dell’ubiquità ‒ essere un po’ giudice, un po’ segretario di partito, un po’ governatore e un po’ nonno della nazione pugliese ‒ è scaduto. Il Csm ha eretto un muro contro quella che appare come una forzatura per mantenere uno stipendio pubblico e un ufficio di potere senza passare dalle urne o dalle aule di giustizia.
PROSPETTIVE: PAPÀ, NONNO O SENATORE?
Michele Emiliano non ha intenzione di ritirarsi a vita privata. Lo scenario che si delinea è un bivio con tre sentieri: il ritorno forzato in toga, uno scenario da incubo per lui ma tornare in tribunale, magari lontano dalla sua Puglia (per incompatibilità), dopo vent’anni di politica, sarebbe la “morte civile” del leader. Il Piano B prevede farsi nominare assessore in qualche comune amico per mantenere l’aspettativa e la visibilità. Una soluzione “di ripiego” che però ne ridimensionerebbe il profilo internazionale. Il vero traguardo sono le elezioni politiche. Emiliano punta al Senato per chiudere la carriera con in un palcoscenico romano, cercando di traghettare il suo pacchetto di voti verso Roma prima che il “sistema Decaro” lo assorba completamente.
LO SCENARIO FINALE
Al momento, Emiliano vive in un limbo istituzionale. È un uomo sospeso tra un passato che non vuole passare e un futuro che lo vede sempre più come un “carico residuale” del Pd. Se il Plenum del Csm confermerà il no della commissione, Emiliano dovrà decidere se accettare il ruolo di nonno-papà a tempo pieno o se tentare l’ultima, disperata carica per non finire dimenticato nei corridoi della storia pugliese. La Puglia di Decaro corre veloce, e il passo di Emiliano ‒ quello che lui definisce “dei cammini lenti” ‒ rischia di trasformarsi in una sosta forzata ai margini della strada.
di Maria Celeste Meschini