martedì 14 aprile 2026
La Guerra dei Trent’anni è complessa, forse difficilmente spiegabile ai più. Cosa ancora più intricata risultano i rapporti tra Roma e l’Imperatore. Oltremodo inutile tediarvi con le missive ufficiali (soprattutto ufficiose) dei papi. È bastevole rammentare che Carlo V ha governato durante il pontificato di dieci papi: intrattenendo con la maggior parte di loro rapporti conflittuali, a volte schizofrenici.
E non deve suonarci strano che qualche Vescovo di Roma non trovasse le giuste parole, forse anche il coraggio necessario a spiegare all’Imperatore che, le famiglie italiane non volessero intromissioni tedesche nella gestione dinastica. Del resto, come avrebbe potuto mai un uomo di Chiesa imporsi, e scongiurare, la guerra di successione a Mantova e nel Monferrato (1628-1631)?
Poteva un Papa trovare la forza e gli appoggi necessari a non far entrare l’Italia in un lungo conflitto europeo. Eppure, al resto del Vecchio mondo bastava poco per coinvolgere la Penisola: fino a quel momento ricca e felice, dedita ad arte e pregiate manifatture, commerci, agricoltura. Il pretesto? La morte di Vincenzo II Gonzaga, quindi la contesa per il controllo del ducato italiano: carte, contratti, atti notori e legami dinastici si rivelarono bastevoli a giustificare la discesa nello Stivale di Spagna e Francia.
Quella fase della guerra dei Trent’anni è considerata da più storici come il “periodo italiano”: non pochi interpreti e narratori, come Alessandro Manzoni del resto, non trovavano di meglio che far vestire metaforicamente al clero gli abiti di un Don Abbondio che non trovava le parole per frenare la cupidigia imperiale.
In cinque secoli la situazione non è granché cambiata. Sebbene l’Italia del ‘600 non fosse il centro del conflitto, comunque il coinvolgimento delle grandi potenze europee aveva cagionato l’aumento della pressione fiscale nei regni italiani, come conseguenza del transito di truppe (i lanzichenecchi per esempio); poi il clima di maggior instabilità lo respirava tutto lo Stivale, maggiormente in Lombardia, che era sotto il controllo spagnolo.
E se oggi ci rammarichiamo del Trattato di Parigi del 1947, invece 400 anni fa dovevamo sorbirci le conseguenze del Trattato di Vestfalia del 1648: ieri il conflitto tra Francia e Spagna condizionava il territorio italiano, e di trattato in trattato si è arrivati a non trovare mai il modo o le parole per non farsi condizionare.
Le parole non le trovavano né i signori italiani né i papi, e l’Italia veniva sempre comunque concupita e odiata: come quattro secoli fa, mentre i conflitti armati tra il 1618 e il 1648 dilaniavano l’Europa continentale. Una delle guerre più lunghe e distruttive, e Carlo V aveva tra i suoi consigliori principi elettori come i von der Leyen e i von Wallenstein, che vantavano nelle loro famiglie cardinali che avevano determinato sia l’elezione del Papa che quella dell’Imperatore del Sacro Romano.
In quell’Italia, che dal Rinascimento s’avviava all’era moderna, il coraggio forse era di pochi. Così più d’un principe romano suggeriva al pontefice di riversare sui comandanti di ventura eventuali colpe per gli scontri italiani: cosa che certo non frenava i sacchi lanzichenecchi. Ma prima del Rinascimento il rapporto tra Papa e imperatore del Sacro Romano Impero non è mai stato idilliaco: una continua alternanza di finte collaborazioni e conflitti per una non mai chiarita “supremazia universale”. Tutto forse era iniziato male nel dopo caduta di Roma: ovvero col sorgere della “barbarica” reciproca legittimazione. Il Papa che incoronava l’imperatore, come consuetudine iniziata dall’800 con Carlo Magno. Naturalmente l’imperatore s’impegnava a proteggere la Chiesa. Ma tutto poi degenerava nella lotta per le investiture, e già dall’anno 1000. Ecco che l’attuale rapporto tra Donald Trump e Leone XIV ci ricorda non poco il rapporto (o accordo) alla base della fondazione del potere nella Vecchia Europa.
L’incoronazione di Carlo Magno avveniva da parte di Leone III, e Carlo Magno considerava Leone il suo Papa. Nella notte di Natale dell’800 si stabiliva che il Papa aveva il diritto di scegliere e confermare l’imperatore: ma per tutti gli imperatori questo placet risulterà un proforma. Di fatto Imperatore e Papa venivano eletti dagli stessi principi e con uguale metodo. Ma da allora l’imperatore assurgeva a braccio armato e protettore della fede cristiana. Evitiamo i parallelismi tra l’attuale Israele e i Regni Cristiani di Gerusalemme, perché si arriverebbe facilmente a pensare che Donald Trump senta scorrere nelle sue vene il sangue di Enrico IV.
E comunque è già capitato con altri papi: per esempio Gregorio VII rivendicava a se il potere spirituale; ma proprio l’Imperatore Enrico IV ricordava di averlo lui fatto Papa; quindi, pretendeva obbedienza e controllo sulle nomine ecclesiastiche.
Gregorio VII gli rispondeva con i Dictatus Papae, affermando la superiorità del Pontefice romano, soprattutto sostenendo il diritto di deporre gli imperatori, di scomunicarli. Non sappiamo se tra il Biondo (di sangue tedesco come il Barbarossa) ed il Papa possa nuovamente scoccare un concordato di Worms.
Di certo il Papa ancora oggi è investito con poteri spirituali, mentre l’Imperatore Usa ha indubbiamente avocato a se i poteri feudali (temporali) occidentali.
Ancora oggi il rapporto oscilla tra un’alleanza necessaria e una dura lotta per decidere chi abbia il potere supremo in Europa e nell’Occidente. Nel dubbio i signori locali d’Italia e d’Europa fanno i Don Abbondio, consigliano soprattutto di fare i vaghi, dare ogni colpa ai “capitani di ventura”, pardon oggi li chiamano patrioti o sovranisti.
di Ruggiero Capone