martedì 14 aprile 2026
Sì, d’accordo. Donald Trump, con Papa Leon XIV, la ha fatta grossa ancora una volta. La sua irruenza e la sua incontinenza verbale sono state ancora una volta indifendibili da un punto di vista diplomatico, indigeste per i toni e, ancora una volta, politicamente autolesioniste. Ma c’è un doveroso “ma” che sembra sfuggire alla maggior parte dei commentatori. Molti di questi ultimi sembrano non avere letto attentamente, o aver sottovalutato, le parole dell’ultimo Angelus di Papa Prevost dell’11 aprile le quali che hanno scatenato il giorno dopo la scomposta reazione del presidente americano.
Il Papa dice ora: “Io non sono un politico, io parlo di pace alla luce del Vangelo”. E la maggior parte dei commentatori gli va dietro. Ma non è tutta la verità. Certo in quell’Angelus l’appello pacifista era quello apparentemente dominante: “Basta con la guerra!”, ha esclamato tra l’altro il Papa. E, citando la “Pacem in terris”, ha aggiunto: “Tutto può essere perduto con la guerra”. E chi può obiettare alcunché?
Ma il testo dell’Angelus dell’11 aprile mostra che, pur senza nominare Trump, il Papa gli ha sferrato un duro attacco politico personale identificandolo come il maggiore e, anzi, persino come il solo responsabile della guerra (in Iran).
È chiaro, infatti, a tutti che il Papa si riferiva probabilmente al solo presidente americano quando ha esortato i fedeli a creare (con la preghiera, certo) “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”.
E che a Trump, e solo a lui, si riferiva quando ha così proseguito: “Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr. Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”.
A chi si riferiva se non a Trump quando ha esclamato con enfasi: “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza!”? E quando ha aggiunto: “Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”. In questo passo dell’Angelus egli ha usato, certo, il plurale (“governanti delle nazioni”), ma tutti hanno inteso dal testo e dal contesto che il Papa si riferiva ad un solo governante e chi questi fosse.
Ora Papa Prevost dice “io non sono un politico. Parlo solo alla luce del Vangelo”. Ma diciamo tutta la verità: con quell’Angelus, Prevost ha preso una posizione politica contro un solo responsabile politico: Donald Trump.
Lo mostrano tra l’altro le sue omissioni. Il Papa avrebbe potuto menzionare (in via generale e cioè ovviamente senza menzionare esplicitamente l’Iran) la questione della proliferazione delle armi nucleari e quella del terrorismo mediorientale contro Israele. Non lo ha fatto probabilmente per una prudenza e un timore unilaterali (di aspre reazioni iraniane) e per opportunità. Ma queste opportunità implicano una chiara scelta politica in senso anti-trumpiano (e implicitamente antisraeliano). E, di fatto, in senso favorevole all’Iran, di cui vengono ignorate le responsabilità.
Omettendole ha, in sostanza, indicato Trump come il solo responsabile della guerra. Omettendole con evidente reticenza, si è tenuto al di qua di testimonianza di completa e imparziale verità. Ha preferito accodarsi, per opportunità politica, e in nome di un pacifismo assoluto ed acritico, allo spirito del tempo, al mainstream mediatico dominante. In un certo senso ha voluto portare il suo bravo legnetto al rogo di colui che la voce pubblica dominante indica come la nuova strega globale da bruciare sul rogo virtuale del biasimo universale.
Il suo ultimo Angelus sembra, obiettivamente, uno scivolone molto, troppo politico. Dal Papa ci aspetteremmo verità meno semplificatorie e più complessive e universali. E soprattutto più mistero.
di Lucio Leante