venerdì 3 aprile 2026
A contendere il favore della maggioranza degli elettori non sono comuni avversari, ma gruppi che possiamo definire come nemici. Non si tratta di fare distinzioni inutili, ma di riflettere sulla presenza ingombrante di un’anomalia profonda, che rivela il modo in cui nel nostro Paese viene concepito il conflitto politico.
Ciascun protagonista considera chi si contrappone non un portatore di interessi e visioni diverse (com’è fisiologico che avvenga in una democrazia liberale), ma un pericoloso rappresentante di un mondo oscuro e illegittimo. In tal modo, la politica smette di essere un luogo di confronto tra idee diverse, per diventare sempre più un’arena in cui si consuma lo scontro amico/nemico. In tal senso, quel che è accaduto nelle settimane scorse durante la campagna referendaria sulla giustizia è stato solo l’ultimo episodio di una lunga catena che affonda le radici nella storia nazionale.
L’Italia è un Paese relativamente giovane che nasce nel 1861, dopo l’unificazione di territori differenti sia sotto il profilo economico che sul versante politico-culturale. In 165 anni, nonostante gli sforzi di minoranze illuminate, è sempre stato aggirato l’appuntamento decisivo di ogni processo di costruzione nazionale, ovvero il riconoscimento di una solida identità comune intesa come condivisione di pratiche e di valori.
Il politologo Stein Rokkan sostiene che “le fratture originarie” di ordine socio-territoriale finiscono con il produrre effetti secondari di lungo periodo sui sistemi politici. Del resto, è sufficiente ripercorrere, anche se per sommi capi, la storia nazionale per trovarne riscontri. Del Risorgimento e delle sue divaricazioni abbiamo detto. Non andò diversamente all’indomani della caduta del fascismo. Infatti, la prima Repubblica fu una “democrazia bloccata” in cui l’avversario principale della Democrazia Cristiana − il Partito Comunista − era escluso di fatto dalla possibilità di andare al governo per ragioni di collocazione internazionale.
In un contesto siffatto, la ricerca di una reciproca legittimità incontrò inevitabilmente ostacoli insormontabili. Ma non finisce qui. La crisi che l’Italia ha vissuto negli anni Novanta, sotto lo schiaffo di Mani Pulite, ha ulteriormente scavato il fossato tra fazioni contrapposte. Dal “biennio rosso” (‘92-’93) in avanti il consenso si ottiene quasi esclusivamente urlando contro qualcuno o qualcosa: contro la casta, contro le élite, contro le istituzioni.
In questo quadro, mentre la politica s’identifica sempre di più nell’azione di un leader, emerge il protagonismo dei social media dove si valorizzano solo messaggi polarizzati accanto alla delegittimazione (per non dire altro) di chi esprime pensieri non in linea con il mainstream. La lingua dei social conosce soltanto l’alfabeto populista: “popolo puro” contrapposto alle “élite corrotte”. Una realtà difficilmente compatibile con il liberale “pluralismo dei valori”.
Come abbiamo appreso dagli studiosi del “democratic backsliding”, la progressiva erosione del riconoscimento reciproco tra attori politici indebolisce la qualità della democrazia, pur in assenza di rotture formali delle regole. La sfida che oggi la classe politica deve affrontare non consiste nel ridurre lo scontro (il conflitto è fondamentale nelle democrazie liberali) ma nella capacità di costruire una base condivisa che permetta finalmente di riconoscersi reciprocamente come avversari legittimi. Si tratta di un compito di enorme portata, ma rinunciarvi significherebbe rassegnarsi a un futuro rischioso per il sistema democratico.
di Francesco Carella