mercoledì 1 aprile 2026
Nella storiografia popolare, il nome di Luigi Cadorna è spesso relegato a un’unica, raggelante etichetta: quella del “macellaio”. Un comandante ottuso, prigioniero di una visione burocratica della guerra, colpevole di aver sacrificato centinaia di migliaia di vite sull’altare di un tatticismo superato. Tuttavia, fermarsi a questa superficie significa rinunciare a capire la complessità di una sfida titanica e le contraddizioni di un’epoca di transizione. Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione è intervenuta in merito alla lunga battaglia legale intrapresa dagli eredi, in particolare dal colonnello Carlo Cadorna, nipote del generale. La sentenza riguarda un caso di diffamazione per insulti rivolti alla memoria del generale sui social media (definito con termini come “criminale”, “macellaio” e “maiale”).
I punti salienti della decisione hanno riguardato il diritto alla tutela della memoria, con la Cassazione che ha confermato che gli eredi hanno il diritto di agire in giudizio per difendere la reputazione di un antenato, anche se si tratta di una figura storica, qualora le offese superino il limite della critica storica e diventino meri insulti personali; e la differenza, appunto, tra critica storica e insulto. La sentenza ha ribadito che, mentre la critica storica (anche severa) sull’operato militare di Cadorna è legittima e protetta dalla libertà di espressione, l’uso di epiteti volgari e denigratori che nulla aggiungono al dibattito storiografico costituisce un illecito. In sintesi, il giudice ha dato ragione agli eredi sulla natura diffamatoria di certe espressioni, pur imponendo un onere della prova più rigoroso per quanto riguarda l’entità di un eventuale risarcimento economico. Tutto questo ci offre la possibilità di un approfondimento storico sulla contestualizzazione dell’azione dell’allora capo di Stato maggiore dell’esercito.
Il peso del contesto
Quando Cadorna assume il comando supremo nel 1914, si trova davanti a un compito immane: trasformare un esercito ancora ottocentesco in una macchina da guerra moderna. L’Italia entra nel conflitto in ritardo, dopo un brusco cambio di alleanze che impone una totale riorganizzazione dei piani strategici, con magazzini svuotati e depauperati dalla spedizione in Libia. Cadorna deve operare su un fronte alpino unico al mondo per asperità, dove la logistica è un incubo quotidiano e il nemico gode di posizioni dominanti naturali quasi inespugnabili e sull’Isonzo l’esercito si impantana, incapace di sfruttare l’iniziale superiorità, anche a causa delle errate informazioni fornite dai servizi di intelligence, in una logorante guerra di trincea.
La dottrina dell’attacco frontale
L’accusa di aver abusato dell’attacco frontale è corretta, ma va contestualizzata. All’inizio della Grande guerra, questa era la dottrina dominante in tutti gli stati maggiori europei, da quello francese a quello tedesco. Nessuno aveva previsto che la potenza di fuoco delle mitragliatrici e del filo spinato avrebbe reso la difesa infinitamente superiore all’offesa. Cadorna non fu l’unico a sbagliare, fu semmai l’ultimo a poter correggere il tiro in un teatro bellico che non offriva spazio di manovra laterale.
I meriti organizzativi
Raramente si ricorda che Cadorna fu un organizzatore d’eccezione. Sotto la sua guida, l’esercito passò da poche centinaia di migliaia a milioni di uomini. Fu lui a intuire l’importanza delle artiglierie pesanti e a dare il via alla produzione industriale bellica che permise all’Italia di reggere l’urto di un impero secolare. La tenuta del fronte sull’Isonzo, per ben undici battaglie, fu il frutto di una disciplina ferrea che, sebbene spietata, impedì il collasso dello Stato nei momenti più critici.
Caporetto e l’eredità
Il disastro di Caporetto del 1917 segnò la sua fine politica e militare. È indubbio che il suo distacco umano dai soldati e la rigidità del comando abbiano contribuito al logoramento morale delle truppe. Tuttavia, è storico rilevare che la linea del Piave –dove l’Italia avrebbe poi vinto la guerra – fu individuata e fortificata proprio sotto la sua supervisione prima dell’esonero. In conclusione, Cadorna non fu un mostro, ma il figlio coerente e tragico di una cultura militare aristocratica e positivista, convinta che la volontà e la disciplina potessero piegare la realtà materiale. Rivalutare Cadorna non significa giustificarne le durezze, ma restituire dignità storica a un uomo che si trovò a gestire la più grande tragedia della modernità con gli strumenti intellettuali di un mondo che stava scomparendo.
di Leonardo Raito