Sigonella, nel nome di Hammamet

martedì 31 marzo 2026


Ci sono luoghi che diventano simboli. Non solo per ciò che accade, ma per ciò che continuano a rappresentare nel tempo. Sigonella e Hammamet, apparentemente lontani ˗ una base militare in Sicilia, una città affacciata sul Mediterraneo tunisino ˗ oggi tornano a parlarsi. E lo fanno attraverso la politica, la memoria e una parola che attraversa le epoche: sovranità.

Quanto accaduto nelle scorse ore a Sigonella va letto oltre la cronaca. Il diniego opposto dall’Italia all’atterraggio di assetti aerei statunitensi, comunicato a voli già in corso e senza le necessarie autorizzazioni, non è stato un incidente procedurale. È stata una scelta. Una decisione consapevole, assunta lungo una linea di comando chiara che dal capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, arriva al ministro Guido Crosetto.

Una scelta che inevitabilmente tocca il rapporto tra alleati, ma che affonda le sue radici in un principio non negoziabile: il rispetto delle regole e della sovranità nazionale.

Sigonella, in questo senso, non è mai stata una base come le altre. È un luogo carico di memoria politica. Nel 1985, durante la crisi legata al sequestro dell’Achille Lauro, fu il teatro di uno dei momenti più delicati nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, si oppose apertamente alle pressioni dell’amministrazione Reagan, rivendicando la giurisdizione italiana e disponendo che fossero i carabinieri a presidiare la base. Una scelta che segnò un punto fermo: l’Italia era alleata, ma non subordinata.

Oggi lo scenario è profondamente diverso. Non ci sono militari contrapposti sulla pista, né una crisi internazionale di quella portata. Eppure, nella sostanza, riaffiora lo stesso nodo: fino a che punto un Paese è disposto a far valere la propria autonomia decisionale, anche nei confronti degli alleati più forti?

La risposta arrivata da Sigonella è stata netta.

C’è poi un altro luogo che, in queste ore, torna alla mente. Hammamet. Non solo come località dell’esilio e della morte di Craxi, ma come spazio della memoria politica italiana. È lì che, lo scorso gennaio, in occasione dell’anniversario della scomparsa dello statista socialista, si è svolta una commemorazione carica di significato. E lì, tra i presenti, c’ero anch’io.

In quell’occasione, il ministro della Difesa Guido Crosetto rese omaggio a Craxi con parole che oggi assumono un valore particolare: “Che il suo spirito di statista possa vegliare la nostra Repubblica nei tempi drammatici che abbiamo davanti”.

Non fu una semplice dichiarazione celebrativa. Fu il riconoscimento di una cifra politica precisa: quella di una leadership capace di coniugare appartenenza internazionale e autonomia nazionale, fedeltà agli alleati e capacità di dire no quando necessario.

È difficile, oggi, non cogliere un filo che lega Hammamet a Sigonella. Un filo fatto di memoria, certo, ma anche di coerenza politica. Non si tratta di evocare nostalgicamente il passato, né di sovrapporre contesti storici diversi. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che alcune scelte definiscono il profilo di uno Stato più di molte dichiarazioni.

Il diniego di Sigonella non è la replica di quanto accadde nel 1985. Ma ne richiama lo spirito. Quello spirito evocato ad Hammamet, davanti alla tomba di Craxi, torna oggi in una decisione concreta, assunta in un contesto diverso ma attraversata dalla stessa domanda di fondo: chi decide?

In un tempo in cui gli equilibri internazionali sono sempre più instabili e le alleanze sempre più complesse, la risposta a questa domanda diventa cruciale. E passa, ancora una volta, da luoghi simbolo.

Sigonella non è soltanto una base. Hammamet non è soltanto memoria.

Insieme, oggi, raccontano una linea. Quella di un’Italia che, quando necessario, prova a ricordare a se stessa — e agli altri — il significato pieno della propria sovranità.


di Salvatore Di Bartolo