Le carceri sono un mondo devastato

venerdì 27 marzo 2026


La crescita costante del numero di persone detenute (al 31 ottobre del 2022 se ne contavano 56.225 e i posti, asseritamente disponibili, erano 51.174, mentre al 28 febbraio 2026 le persone ristrette sono aumentate a 63.801 e i posti disponibili a 51.268, invariato il numero degli istituti penitenziari, in 189), è facilmente riscontrabile attraverso i dati accessibili sul sito del Ministero della Giustizia. Un tanto mentre continua a esservi una forte carenza di personale di polizia penitenziaria, falcidiata dai pensionamenti che sono più veloci rispetto all’assegnazione effettiva di nuovo personale, vincitore dei diversi concorsi banditi ma, ciononostante, quest’ultimi incapaci di fornire quanto occorra, come capitale umano. È, in fondo, la prova evidente che antiche politiche di chiacchiere e di attenzione verso il mondo dell’esecuzione penale, che hanno contraddistinto la generalità dei governi insediatisi negli ultimi vent’anni, sono finalmente arrivate a maturazione e stanno presentandoci il conto il quale, però, non è quello di una bisteccheria gourmet romana!

Per contro, ancora oggi, si osserva come quelle poche risorse giovani, una volta ingaggiate, vengano gettate nei tritacarne penitenziari, luoghi quest’ultimi che, per la loro cupezza e la loro pienezza di carne prigioniera, disincentivano il prosieguo dell’esperienza lavorativa, talché tantissime imberbi leve, alla prima occasione, abbandonano il lavoro penitenziario, preferendo cercare altrove altre soluzioni e soddisfazioni professionali, idem per il restante personale non di polizia: Chiedete, addirittura, quanti rinuncino a rimanere nell’amministrazione penitenziaria finanche prima della conclusione dei pur pericolosamente brevi corsi di formazione! Nel mentre, però, si assiste a una ulteriore emorragia di personale di polizia penitenziaria che, dall’interno delle carceri, viene “intelligentemente” destinata a svolgere compiti di pronto intervento in situazioni di emergenza, attraverso l’istituzione di raggruppamenti speciali indicati come articolazioni d’élite, così facendo crescere la rabbia e la delusione di quanti altri, praticamente la generalità dei poliziotti penitenziari, che non riesce ad accedere a tali opportunità di consentita evasione, talché, ridotti ancora i ranghi, saranno costretti a operare incessantemente all’interno dei reparti detentivi sovraffollati, sapendo però di non poter contare, di fronte a una improvvisa reale emergenza, su altre risorse umane e tale consapevolezza non li rende felici.

Saranno come sempre loro i primi, ove scoppi la rivolta, a dover affrontare, insieme al direttore e forse, ove non fittiziamente in forza, il comandante, dirigente della polizia penitenziaria, l’emergenza, per poi solo successivamente, spesso a devastazione consumata, veder finalmente giungere dei baldi giovanotti vestiti alla RoboCop che finiranno di fare il lavoro dai primi svolto con comprensibile affanno, per poi soltanto quest’ultimi intestarsi semmai il merito di avere riportato l’ordine e la legalità. Tanta letteratura fantastica si sovrapporrà, ancora una volta, a quella reale, concreta, fatta non poche volte di scontri inaspettati, di sputi, di lancio di oggetti, di incendi e di rumori infernali, di estintori esauriti, di schiuma e polvere che invade ogni spazio, di lance antincendio abbandonate e di acqua che ristagna negli interstizi dei pavimenti o che sgocciola da un piano all’altro del carcere, mentre dappertutto si sente l’odore acre del fumo causato dagli incendi miracolosamente spenti e si scorgono, semmai, sulle pareti mai pulite le tracce di sangue di quanti si sono nettati le mani sulle stesse. Bisogna vedere per capire, bisogna entrare “dentro”. Sono quelli i luoghi che i sottosegretari e i parlamentari in visita dovrebbero andare a guardare obbligatoriamente. La rappresentazione che vedrebbero sarà quella del dolore, della rabbia, della paura detenuta e della paura detenente, della disillusione per tutti, livella quest’ultima democratica della coscienza, mentre la speranza inaridita se la gode senza vergogna.

Gli attori e le comparse spesso non si distinguono tra loro e possono avere le vesti stracciate dei detenuti o i lembi rovinati delle uniformi degli stessi detenenti: nella nave che si inabissa i ruoli e le distinzioni sono difficili da mantenere e tutti sono uguali nello stesso destino infausto, rappresentazione di una comunità che verrà sommersa dalle acque torbide e tempestose. Cosa fare allora? come intervenire e salvare, ove fosse ancora possibile, il salvabile? Le carceri si dice solennemente che sono lo specchio autentico delle democrazie, ma se fosse così poveri tutti noi! Eppure delle soluzioni concrete, veloci, devono essere ricercate, perché altrimenti anche questo governo, prossimo alla fine della legislatura e che per questo deve darsi una mossa, farà quello che hanno fatto tutti gli altri che lo hanno preceduto: un altro mare insidioso di parole! Gli stati generali delle chiacchiere. La situazione di emergenza vera, lasciata in eredità dai precedenti governi e oggi ulteriormente accresciuta, a causa pure della mancata previsione delle conseguenze di ulteriori scelte legislative che avrebbero dovuto essere considerate anche sul piano dell’impatto economico e strutturale sul mondo penitenziario, non consente più alcuna altra dilazione dei tempi. Se solo il board ministeriale d’alta amministrazione avesse puntualmente e lealmente informato degli esiti di alcune scelte politiche quanti intendevano proporle, pure ove quest’ultimi fossero animati da buone intenzioni, le cose forse sarebbero andate diversamente, quanto meno si sarebbe concesso il tempo per disinnescare la bomba sociale carceraria e/o stemperarne l’impatto.

Ma meglio essere degli yes man che apparire disturbatori dei sogni di grandeur dei politici del momento; meglio assecondarli in tutti i modi piuttosto che elencare freddamente tutte le incongruenze di scelte che non possono essere considerate di buona politica penale e penitenziaria perché, per poterle proporre seriamente, sarebbe prima occorso studiare e conoscere il contesto ove si sarebbero incistate. Intelligenti pauca! dicevano i latini, molto ma molto più pratici e concreti di noi, sicuramente forse anche più moderni! Le carceri, l’ho detto e ripetuto tante volte, a costo di apparire come un folle, non sono a norma e illudersi di trasformarle in fortezze è costoso e controproducente, oltre al fatto che richiederebbe altro e tanto tempo che non c’è. Il piano carceri, così come è stato immaginato, continua, come lo è stato per i precedenti, a essere lento e le cose non si vedono: “Piano”, per l’appunto, e non veloce, mentre i “nuovi ingressi” di persone ristrette sono incessanti. Da questo momento a quello della eventuale pubblicazione dell’articolo articolo saranno entrate nella patrie galere tante altre persone e, certamente, mentre scrivo, diverse verranno condotte in carcere, mentre quelle che scarcerate risulteranno in numero minore: chest’è direbbero a Napoli!

Pur concentrandosi l’attenzione governativa verso i circuiti penitenziari ritenuti più pericolosi, quelli dei detenuti dell’articolo 41 bis e Alta Sicurezza, senza però violare i principi imposti dall’articolo 27, comma 2° della Costituzione, occorre per tutti gli altri trovare, urgentemente, soluzioni straordinarie e perfino creative, al fine di alleggerire il sistema, favorendo soprattutto il regime delle misure alternative alla detenzione in carcere. Al riguardo si dovranno impiegare altre forme possibili di controllo securitario e si dovrà coinvolgere responsabilmente il territorio, segnatamente gli enti locali e le regioni, e non invece fregarsene di loro e delle comunità che rappresentano; occorrerà negoziare, occorrerà dare delle cose in cambio, in tema di lavoro, di servizi scolastici e sanitari, di formazione professionale. Ma occorre pure avere una visione e una profonda conoscenza del sistema penitenziario; non si diventa penitenziaristi ed esperti in un colpo solo, in particolare se si è fatti soli i magistrati. Inoltre è necessario dire la verità sulle criticità presenti, perché se è già difficile nascondere la polvere sotto i tappeti, è ancora più arduo infilarci sassi e detriti, soprattutto quelli che rovinano dai muri di cinta instabili e dalle pareti ammalorate di tante prigioni: cicatrici spesso visibili guardando anche dall’esterno le nostre cupe e malridotte carceri. Confido che la premier Giorgia Meloni e il ministro Carlo Nordio sappiano porre in essere, pure se in zona Cesarini, quei temi che i tanti e distratti loro predecessori non si sono mostrati in grado di affrontare, narrando al contrario, di Sol dell’avvenir mai spuntati all’alba e di risultati mai realmente conseguiti; purtroppo simile imposture non sono state esclusive dei precedenti governi, purtroppo.

Eppure basterebbe entrare, anche solo per pochi minuti, in una sezione detentiva o in una cella per comprenderlo. Bisogna perciò agire e subito, pure al costo di apparire impopolari, ma ci sarà questo coraggio? Da parte della mia organizzazione sindacale c’è ampia disponibilità a costruire insieme delle ipotesi credibili e urgenti, i direttori delle carceri e degli uffici dell’esecuzione penale che rappresentiamo non si tireranno indietro, purché lo si voglia fare davvero e ci si muova sempre saldamente ancorati ai principi costituzionali, alle normazioni internazionali vincolanti per il nostro Paese, e al buon senso, che occorre liberare dalla prigione della menzogna, dalla scarsa reale conoscenza del sistema, dalle folate demagogiche e dalle paure che ne derivano. Cambiare si può!

(*) Coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Fsi-Usae


di Enrico Sbriglia (*)