venerdì 27 marzo 2026
Perché il processo a Sansonetti riguarda tutti noi
L’intreccio tra il caso Sansonetti e la mancata separazione delle carriere non è solo una suggestione politica, ma tocca le fondamenta dell’architettura giudiziaria italiana.
Per capire perché l’assenza di questa riforma influenzi così profondamente una notizia di cronaca giudiziaria che coinvolge un giornalista e un ex magistrato, bisogna guardare ai meccanismi di “prossimità” che regolano il nostro sistema.
In Italia, magistrati inquirenti (i pubblici ministeri che sostengono l’accusa) e magistrati giudicanti (i giudici che emettono la sentenza) appartengono allo stesso ordine, partecipano agli stessi concorsi, siedono nello stesso organo di governo autonomo (il Csm) e possono, seppur con limiti crescenti, passare da una funzione all’altra.
Quando un giornalista come Piero Sansonetti viene processato per diffamazione a causa di critiche rivolte all’operato di un ex magistrato come Roberto Scarpinato, si innesca quello che i giuristi chiamano “problema di terzietà percepita”. Al centro della disputa c’è il dossier Mafia-Appalti, curato originariamente dai carabinieri del Ros e ritenuto da molti — tra cui lo stesso Paolo Borsellino — una delle possibili chiavi di lettura per le stragi del 1992. Sansonetti ha posto interrogativi sulla gestione di quel fascicolo e sulle tempistiche della sua archiviazione.
Il giudice che deve stabilire se Sansonetti abbia diffamato Scarpinato è, tecnicamente e ordinamentalmente, un collega della parte offesa. Questa appartenenza comune alimenta il timore del “sentimento di corpo”: il sospetto, cioè, che la magistratura tenda a proteggere sé stessa e i propri esponenti storici dalle critiche esterne, specialmente quando queste toccano punti nevralgici come la gestione delle indagini sulla mafia.
La separazione delle carriere servirebbe proprio a recidere questo cordone ombelicale. Se i giudici appartenessero a un ordine distinto da quello dei Pm, il processo a un giornalista per critiche alla magistratura godrebbe di una maggiore garanzia di imparzialità, poiché il giudicante non avrebbe legami di carriera o di appartenenza associativa con chi ha ricoperto il ruolo di accusatore.
In questo contesto, la libertà di stampa rischia di essere compressa: se il giornalista percepisce che il giudice e la parte offesa (l’ex magistrato) appartengono allo “stesso mondo”, potrebbe scattare un meccanismo di autocensura. La richiesta di una pena detentiva severa, come i tre anni e sei mesi per Sansonetti, diviene la prova di un sistema che usa il braccio della legge per punire chi osa mettere in discussione l’operato dei magistrati, trasformando il diritto di critica in un reato punibile col carcere in un clima di solidarietà tra colleghi di toga.
Il fatto che questo scontro non veda protagonista un esponente della destra, ma un intellettuale di sinistra storica come Sansonetti — già direttore de l’Unità e fondatore de Il Riformista — è la prova provata che la battaglia per la giustizia giusta e la separazione delle funzioni non ha colore ideologico. Sansonetti, portavoce di un garantismo radicato nella cultura del dubbio e della tutela dei diritti civili, incarna l’esempio di come il potere di critica debba poter colpire ogni istituzione, inclusa quella giudiziaria, senza il timore di ritorsioni corporative. Se persino una voce autorevole dell’area progressista, dedita alla difesa dei principi democratici, si ritrova a rischiare il carcere per aver posto domande su fatti storici documentati, significa che il sistema ha perso la sua capacità di distinguere tra l’insulto gratuito e la necessaria vigilanza democratica.
Lo Stato di diritto non può dirsi compiuto finché la magistratura non accetterà di essere sottoposta allo stesso scrutinio democratico di ogni altra istituzione, protetta non da una comune appartenenza di carriera dei suoi membri, ma dalla trasparenza e dalla terzietà assoluta del giudizio.
Senza questo passaggio fondamentale, il giornalismo d’inchiesta italiano rimarrà ostaggio di una sproporzione di forze che scoraggia la ricerca della verità e indebolisce la fiducia dei cittadini nella giustizia, dimostrando che la libertà di stampa è una conquista quotidiana che richiede, prima di tutto, tribunali abitati da giudici realmente distinti da chi esercita l’accusa.
di Domenico Letizia