martedì 24 marzo 2026
Il verdetto delle urne del 23 marzo 2026 ha cristallizzato una realtà che molti giuristi e osservatori internazionali considerano un paradosso unico nel panorama delle democrazie liberali: l’Italia ha confermato il proprio attaccamento a un sistema di magistratura unitaria, respingendo la separazione delle carriere. Mentre la campagna elettorale si è consumata tra slogan ideologici e timori di un indebolimento dell’indipendenza giudiziaria, uno sguardo oltre i confini nazionali rivela che ciò che in Italia viene descritto come un “pericolo per la democrazia” è, in realtà, lo standard consolidato nelle principali nazioni europee, comprese quelle guidate da governi di matrice progressista. L’analisi del diritto comparato offre un quadro impietoso della solitudine italiana. In Europa, il modello di separazione tra chi accusa (il Pubblico Ministero) e chi giudica (il Giudice) non è un’eccezione, ma la regola. Il caso più emblematico è quello della Spagna di Pedro Sánchez.
Nel sistema iberico, considerato un punto di riferimento per la sinistra europea, la distinzione tra le carriere è netta e strutturale sin dalla formazione. I magistrati spagnoli scelgono il proprio percorso — giudicante o requirente — all’inizio della vita professionale e non vi è alcuna osmosi tra le due funzioni. Questa architettura, lungi dal minare l’autonomia della magistratura, è considerata un pilastro del sistema accusatorio, garantendo che il giudice sia un terzo imparziale, equidistante dalle parti in causa. Anche l’ex ministro spagnolo Juan Carlos Campo, figura di spicco del socialismo spagnolo, ha più volte ribadito come la separazione sia una garanzia di efficienza e terzietà.
Il panorama si estende ben oltre la penisola iberica. In Francia, pur esistendo un corpo unico, la distinzione funzionale è rigorosa e il Pubblico Ministero è gerarchicamente organizzato e separato dal giudicante per quanto concerne le progressioni di carriera e l’autogoverno. In Germania, il sistema è ancora più marcato: i magistrati della Procura sono funzionari statali con una carriera distinta e autonoma da quella dei giudici, i quali godono di un’indipendenza costituzionale assoluta. Persino nel Regno Unito e nei paesi di common law, l’idea che un accusatore e un giudice appartengano allo stesso ordine professionale è vista come un’aberrazione logica che contravviene ai principi del giusto processo. L’indagine sulla stampa estera durante i giorni del referendum ha evidenziato come le testate internazionali facessero fatica a comprendere le ragioni del “No” italiano. Analisti di istituzioni come la London School of Economics (Lse) hanno osservato che la riforma Nordio non introduceva meccanismi di controllo politico sulla magistratura — come avvenuto in Ungheria o Polonia — ma cercava semplicemente di allineare l’Italia agli standard dell’Ocse, dove in oltre l’80 per cento dei paesi i percorsi professionali sono distinti.
La narrazione italiana, che ha dipinto la riforma come un attacco all’indipendenza delle toghe, appare dunque come un’anomalia culturale alimentata da una resistenza corporativa che non trova riscontro nelle altre democrazie occidentali. Con la vittoria del No, l’Italia sceglie di rimanere in una “zona grigia” ordinamentale, condividendo il modello unitario con pochissimi altri paesi, spesso caratterizzati da sistemi meno garantisti o in transizione democratica. Resta il dato politico di una campagna referendaria che ha preferito la polarizzazione allo studio dei modelli internazionali, ignorando che la “giustizia di sinistra” di Sanchez o quella liberale di altri partner europei hanno già dimostrato da decenni che si può essere indipendenti, efficienti e rigorosamente separati. L’occasione persa non riguarda solo una riforma tecnica, ma la possibilità di modernizzare la cultura giuridica del Paese, liberandola da un eccezionalismo che la rende sempre più isolata nel contesto del diritto continentale.
di Domenico Letizia