La trappola del wokismo di destra

venerdì 20 marzo 2026


Anche il wokismo ha le sue “correnti”. Quello dell’elefantino repubblicano “può essere un tallone d’Achille” per i conservatori di tutto l’Occidente. E non solo. Donald Trump sta giocando la sua battaglia interna su una forma di wokismo di destra, che nasce quindi in ambienti americani e sembra aver già trovato ottime sponde da questa parte dell’Atlantico. Quello che un tempo (gli anni Trenta del Ventesimo secolo) poteva essere considerato attivismo contro le disuguaglianze sociali, il razzismo sistemico e le ingiustizie, oggi viene, legittimamente, bollato come neo puritanesimo e ipermoralismo di sinistra che soffoca confronto e libertà di espressione (e fa il gioco dello stesso sistema che dice di voler abbattere). Tutto questo ha provocato una reazione che ha generato un wokismo di destra, sostiene Thibault Muzergues nel suo libro La droite woke. La gauche n’a pas le monopole du wokisme, che essenzialmente rappresenta “una deriva” di quello di sinistra. Appena insediatasi a gennaio 2025, fa notare l’autore, l’Amministrazione americana ha eliminato dai suoi siti web più di 200 termini, come “equità”, “genere”, “cambiamento climatico”, e perfino “Golfo del Messico”.

Con il pretesto di lottare contro quel movimento, osserva l’autore in un’intervista a Le Figaro, “una parte della destra, in particolare quella identitaria, è diventata a sua volta woke, adottando, invertendoli, le stesse strategie e gli stessi discorsi della sinistra”. Con un risultato che Muzergues giudica “preoccupante”, poiché la lotta avviata contro il wokismo di sinistra “ha finito per installare altre forme di censura, invece di sopprimerle”. In parallelo all’originale, anche il wokismo della destra identitaria offre il fianco ad atteggiamenti un po’ vittimisti. Quanto Trump si paragona al dissidente russo Aleksej Naval’nyj, il giorno dopo la sua morte, fa notare l’autore, vuole comunicare ai suoi elettori: “Siete voi le vere vittime, e io sono qui per difendervi”. La postura vittimista serve poi alla destra, una volta ascesa al potere, proprio come i loro omologhi di sinistra, a mettere a tacere ogni voce contraria, anche all’interno della loro stessa famiglia politica.

In questo senso, il wokismo di destra può essere il vero tallone d’Achille del conservatorismo, scrive Muzergues, e della destra in generale, perché “sotto la copertura di una volontà di unire” le destre, si nasconde una “tendenza a dividere”, generata dalla necessità di preservare una purezza ideologica. In questo senso, l’autore guarda in casa sua, dove le alleanze a destra stentano a consolidarsi per ragioni identitarie che nascono da prese di posizioni passate molto radicali. Quando la futura deputata europea della Reconquête, Sarah Knafo, all’epoca studentessa di scienze politiche, afferma in un’intervista di riconoscersi nella lotta di Éric Zemmour, non per vicinanza ideologica ma come “francese israelita”, “non c’è forse un’essenzializzazione dell’individuo che porta alla stessa ossessione per l’identità che caratterizza la sinistra woke?”, si chiede l’autore. L’elettorato medio francese, però, così come quello americano, ricorda Muzergues, è molto meno radicale dei militanti di partito. A loro, dice, “interessa che il Governo funzioni, che i servizi pubblici siano efficaci, e che siano affrontati e risolti i problemi del quotidiano”. Se l’immigrazione, fa notare, è un problema, lo è per motivi pratici, perché tocca direttamente la vita delle persone, e non per ragioni ideologiche. Il problema per la destra, si rileva, è che la guerra delle offerte rischia di farla passare come “estremista”, allora che, riconosce l’autore, è piuttosto la sinistra che in questi anni si è caratterizzata per questo stigma.

Il libro, precisa l’autore, non è una requisitoria contro la nouvelle droite, “che non solo ha il vento in poppa”, ma ha avuto ragione su molti temi laddove il sistema tout court degli anni 2000-2010 ha invece rifiutato il confronto, per esempio su immigrazione, identità e protezionismo. La droite woke deve essere considerato, piuttosto, come un avvertimento di fronte a quella che può essere, appunto, una deriva della destra, da parte dell’autore, che si considera conservatore moderato e che “si rallegra – scrive nell’introduzione – nel vedere il wokismo stancare gli elettori di sinistra e le idee conservatrici trionfare un po’ ovunque in Occidente”. Si tratta di mettere in guardia da un “eccesso di zelo” contro il wokismo di sinistra che rischia di rimettere in discussione tutti i successi intellettuali della destra dal 2020 a oggi, dal rifiuto di un’immigrazione fuori controllo al ruolo limitato dello Stato”. Il dibattito pubblico, sostiene Muzergues, merita di più di un scontro forsennato tra wokismi, in un momento in cui le società occidentali stanno ritrovando i termini di un dibattito pubblico “sereno”, e come tale fuori dalle logiche TikTok o dalla più generica infodemia compulsiva.

(*) La droite woke: La gauche n’a pas le monopole du wokisme di Thibault Muzergues, Éditions de l’Observatoire 2026, 304 pagine, 22 euro


di Pierpaolo Arzilla