Referendum: un Sì dettato da una scelta

martedì 17 marzo 2026


Il 22 e 23 Marzo noi italiani abbiamo un appuntamento con la storia e soprattutto con il nostro destino: scegliere di votare Sì a favore della salvaguardia di uno Stato che ha ambizioni democratiche piuttosto che optare per il No mostrandoci omertosi conniventi di un sistema giudiziario che dal 1992 (con l’avvento di “Tangentopoli” quale diretta conseguenza della fine della Guerra Fredda) sovverte quotidianamente e nei fatti oramai più evidenti all’Opinione Pubblica i più basici principi della Costituzione Italiana: mi riferisco in particolar modo all’articolo 3 quale principio cardine di uguaglianza di ogni essere umano dinnanzi alla Legge, all’articolo 24 riguardante il diritto alla difesa e all’articolo 111 in merito al Giusto Processo.

La propaganda dei due schieramenti ha scelto indirizzi opposti puntando in termini populisti nonché consapevolmente superficiali nell’intento di una manipolazione di massa senza mai voler affrontare nel merito processuale come oggi, tutti i giorni, nelle aule dei Palazzi di “Giustizia” vengano calpestati diritti (e doveri per chi dovrebbe garantirli invece di disattenderli), argomentazione che nella sua incontenibile capacità fenomenica avrebbe reso convincente l’esigenza dell’instaurazione di un pluralità di riforme a partire da quella in oggetto volte a garantire in primis la tutela del cosiddetto Stato di Diritto nonché la salvaguardia di una economia commerciale, oggi al collasso, così vituperata non tanto dalla durata dei processi quanto dalla loro più totale inaffidabilità negli esiti così ancorati, non tanto per colpa di norme mal scritte e ambigue (purtroppo ve ne se sono oggi molte in vigore con grande responsabilità per non dire malizia del Legislatore), ma della loro manipolazione da parte degli organi inquirenti e giudicanti sull’asserita interpretazione della norma (a seconda chiaramente degli interessi in gioco) in deroga al cosiddetto dovere di applicazione dando vita a una mostruosa creatura mitologica quale il meglio definito “diritto vivente”.

I temi oggetto di dibattito finora mostrati sono i più vari: da un lato l’esibizione televisiva di casi umani di vite distrutte da ingiuste detenzioni, scelte però solo tra quelle a oggi già riconosciute come tali da sentenze di assoluzione (offrendo spunto per i più protesi per il No a dimostrazione che alla fine il processo nella sua evoluzione da una fase prettamente inquisitoria nella sua fase di indagine preliminare a una accusatoria nello scambio alla pari delle argomentazioni tra Procura e Difesa all’interno del dibattimento con tanto di possibilità di impugnazione della decisione ritenuta ingiusta in Appello financo per questioni di legittimità in Cassazione farebbe percepire che il tutto alla fine funzioni al meglio di quanto si possa ambire data la natura umana delle Parti) senza mai che i promotori del Sì abbiamo sensibilizzato sulla ampia schiera di impuniti perché coperti e protetti da chi dovrebbe indagarli o di condannati definitivi su presupposti erronei che da un lato tentato (pochissimi nel numero complessivo dei casi vista la complessità del rito) il ricorso alla Cedu (ciò nonostante in Europa l’Italia è il secondo Paese per ricorsi dopo la Romania del defunto Ceaușescu) o alla Corte d’Appello territorialmente competente nel tentativo di ottenere la revisione del processo.

Dall’altra invece assistiamo ad affermazioni gratuite del tutto prive di oggettivo riscontro quale il verosimile assoggettamento del Pubblico Ministero al Governo, l’attacco quindi all’indipendenza dell’intera Magistratura per poi proclamare da conosciuti Procuratori Nazionali che i criminali voteranno (si ignora come vista la revoca del diritto elettorale per i condannati a pene superiori a 5 anni o qualificati come “delinquenti abituali”) per il Sì sicuri quindi di poterla fare franca più facilmente.

Chi però non vuole andare a votare in termini prettamente bestiali, ossia con la pancia, vorrà pregiarmi della Sua attenzione per come mi seguirà nella narrazione di modus operandi talmente consolidati nella loro distorsioni da ripetersi quotidianamente in un “eterno ritorno” (come direbbe il filosofo Nietzsche) quali prassi interne agli uffici da non potersi desumere una promiscuità di rapporti tra organi inquirenti e giudicanti, opacità nelle metodologie di indagine, svilimento della significatività della codice deontologico a tal punto da potersi a tutti gli effetti considerare un manuale di buone creanze sulla falsa riga de Il Galateo di Monsignor Della Casa nella sdoganata, in faccia a tutti i Cittadini, e oramai famigerata impunità per chi indossa la toga con l’ermellino (a meno i provvedimenti afflittivi sanciti vengano comminati a seguito di un regolamento dei conti interno tra le cosiddette “correnti”).

Nella Storia del pensiero moderno a capo in allora della rivoluzione in primo luogo intellettuale per poi passare a quella armata qualche decennio successivo Voltaire nel suo scagliarsi contro il potere temporale del clero affermò in merito alle dittature: “Sotto quale tirannia preferireste vivere? Sotto nessuna; ma, se bisognasse scegliere, detesterei meno la tirannia di uno solo che quella di molti. Un despota ha sempre qualche momento di buonumore; un’assemblea di despoti non ne ha mai”.

Nulla di più attuale per quanto riguarda l’assetto istituzionale odierno della Magistratura dove chi deve indagare è il “Collega” (in Italia questo termine ha già di per sé per chi lo apostrofa un embrione di tentata collusione) di quello che è di ruolo in Tribunale a tal punto che se la denuncia viene depositata da un semplice (si fa per dire) Cittadino nei confronti di un Giudice, anche per motivi esterni all’attività professionale, o al suo entourage (con un di fatto quasi automatismo nell’essere incriminato d’ufficio per il reato di calunnia) ecco che venirne subito a conoscenza in termini informali e diretti (in violazione del segreto di indagine o d’ufficio, reati penalmente rilevanti ma di rarissima contestazione) nei corridoi, nelle trombe delle scale dei vari Palazzi di Giustizia affinché possa “tutelarsi” prendendo i provvedimenti reattivi del caso: un esempio su tutti quello oggetto di condanna definitiva nei confronti di Piercamillo Davigo.

Senza poi dimenticare che la prassi voglia che il Giudice, ricordiamolo essere fuori dall’aula di Tribunale un cittadino esattamente come gli altri, possa entrare negli uffici delle Aliquote di Polizia Giudiziaria, il cui accesso è interdetto al Pubblico e agli Avvocati data l’attività di esclusiva delega di indagine da parte della Procura e alla cui nomina sono sottoposti al vaglio e gradimento del Procuratore Capo ai sensi dell’articolo 9 Disposizioni Attuative del Codice di Procedura Penale (questo in una asserita funzione di indipendenza da ipotetiche pressioni ministeriali), per depositare le proprie denunce, essere sentiti a verbale quali Persone Offese e indirizzare in prima persona le attività inquirenti in manifesta violazione dell’articolo 11 C.P.P. che regola, per ovvie ragioni in incompatibilità ambientale, la competenza territoriale ad altro Distretto Giudiziario nella formale più che sostanziale terzietà dell’istruttoria della ricerca delle prove e della successiva loro valutazione.

Una volta giunti a sentenza se poi il Tribunale Monocratico, Collegiale, financo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione non sappiano come giustificare la scelta preconcetta in quanto adesiva a logiche corporative o di politica giudiziaria, si redigono in tutta tranquillità, vista la più totale mancanza di conseguenze per chi le sottoscrive, motivazioni contenenti in termini espliciti ricostruzioni in fatto manifestamente contrarie agli atti processuali, tecnicamente “travisamento in fatto” (disciplinato esplicitamente quale “Ricorso Straordinario” ai sensi dell’art. 625 bis C.P.P.), dichiarando il falso in atto pubblico, se non quando del tutto omessa o ancora apparente prendendo spunto dalla famosa “supercazzola” del Grande comico Tognazzi.

Da ultimo la più totale impunità nello stile di vita, incompatibile sia a livello morale che deontologico, è stata ben descritta dal Senatore Pellegrino proprio in una recente intervista dove raccontava di come un Giudice cocainomane fosse stato fermato in auto dalla Polizia a un posto di blocco e dopo aver inveito verso Pubblici Ufficiali in servizio, vantandosi in termini minacciosi forte del ruolo ricoperto, nonostante fosse stato successivamente denunciato all’Autorità, avesse continuato tranquillamente e senza alcuna conseguenza ad operare all’interno del Tribunale dove era assegnato.

Se allora vogliamo tutti quanti dimostrare, come la Costituzione sancisce all’articolo 1, che è il Popolo a essere Sovrano il 22 e 23 Marzo abbiamo un Dovere dal quale non vogliamo e non possiamo sottrarci: andare decisi e invitare a fare altrettanto amici e parenti a votare Sì e a mettere fine a una infinità serie di nefandezze che tutte le volte che sono state raccontate da coraggiosi giornalisti indipendenti sono state oggetto di querele “bavaglio” con lo specifico ed esclusivo fine di mettere a tacere chi contrariamente agli interessi della Casta voglia contestare nella propria libertà di cronaca e critica la fondatezza della cosiddetta “Verità di Stato”!


di Carlo Carpi