martedì 17 marzo 2026
C’è un limite oltre il quale la retorica smette di essere omaggio e diventa profanazione. Quel limite lo abbiamo superato da un pezzo, precisamente ogni volta che una campagna referendaria, un talk show o un post acchiappa-like trascina i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel fango della propaganda politica spicciola. Volete citarli? Volete affiggere i loro volti sui vostri santini elettorali? Allora fate un favore a questo Paese: studiate. Perché la memoria non è un buffet dove scegliere la portata che più vi aggrada dimenticando il resto.
IL MITO DELLA “MAGISTRATURA UNITA”
Smettetela di dipingere il mondo giudiziario dell’epoca come un blocco monolitico che sosteneva i suoi eroi. È storicamente falso. Falcone e Borsellino non sono stati uccisi solo dal tritolo di Cosa Nostra; sono stati isolati, ostacolati e umiliati proprio da quella “comoda” parte di Stato e di magistratura che oggi ne rivendica l’eredità con la faccia di bronzo. Ricordate chi si mise di traverso quando Falcone propose la Superprocura Antimafia? Furono i suoi stessi colleghi, quelli che temevano la perdita di potere o che, peggio, lo accusavano di “protagonismo”. Il Csm dell’epoca non fu esattamente un comitato di benvenuto. Dove è finita la verità sul rapporto del Ros dei Carabinieri che legava a doppio filo i colletti bianchi, le imprese e i corleonesi? Qualcuno scelse di chiudere quel faldone troppo in fretta, proprio mentre Borsellino ne intuiva la portata esplosiva pochi giorni prima di saltare in aria.
DEPISTAGGI DI STATO E SILENZI COMPLICI
Parlate di Borsellino? Allora abbiate il coraggio di parlare di Via D’Amelio non come di una strage di mafia, ma come un “falso d'autore”. Parlate dei depistaggi orchestrati da pezzi deviati dello Stato, delle borse sparite e di chi ha costruito a tavolino il falso pentito Scarantino per nascondere la verità. I peggiori nemici di Giovanni e Paolo non indossavano solo la coppola; sedevano nei palazzi, vestivano la toga, occupavano poltrone ministeriali. Erano quelli che facevano “terra bruciata” attorno a loro mentre erano in vita e che hanno iniziato a piangere lacrime di coccodrillo un minuto dopo il boato di Capaci.
“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”. Diceva Giovanni Falcone.
UN CONSIGLIO NON RICHIESTO
Prima di sciacquarvi la bocca con i loro nomi per convincere un elettore a barrare un Sì o un No, andate in archivio. Leggete i verbali del Csm, guardate i nomi di chi votò contro Falcone per la direzione dell’ufficio istruzione. Guardate chi ha infangato la loro professionalità allora e chi oggi, con una giravolta degna del miglior trapezista, si erge a paladino dei loro ideali. Lasciateli riposare in pace.
O, se proprio non potete farne a meno, abbiate l’onestà intellettuale di raccontare tutta la storia. Soprattutto la parte che vi riguarda e che vi vede colpevoli di un silenzio durato trentaquattro anni.
di Alessandro Cucciolla