Gli anticorpi della destra: giustizia, ordine e libertà

lunedì 16 marzo 2026


La destra delle libertà e della giustizia ha gli anticorpi buoni: attivi, riformatori e resistenti

Sabato 14 marzo, domenica 15 marzo, lunedì 16 marzo e nei giorni a seguire a Roma e in tutta Italia si sta consumando l’ennesimo arcipelago di focolai anti-destra, da cui scoppiettano slogandifici sinistri, incompetenti nonché incompatibili con l’esercizio del buon senso da tenere su questioni molto delicate, tra cui il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia e della magistratura.

In un calderone ricco di presunzione, pregiudizi, ignoranza giuridica, ma anche ricco di violento moralismo incendiario, già sabato 14 marzo la manifestazione romana delle sinistre radical e antagoniste ha avuto la pretesa di mixare il “no al referendum” insieme al “no al governo Meloni”, e a un nebuloso “no alla guerra”: in salsa anti-occidentalista, mica in modo critico-propositivo. Quasi la solita canzone suonata a corde rotte.

Proprio la solita canzone, a ben vedere, non è stata, per alcuni versi. Tra i manifestanti c’è chi si è contraddistinto – con tanto di medaglia alla inciviltà e alla barbarie – per aver bruciato con fumogeni cartelloni raffiguranti il presidente del Consiglio. In uno di tali cartelloni la Meloni era raffigurata insieme al ministro della giustizia Nordio.

Antagonismi di sinistra, estrema sinistra, sindacalismi antisistema sono senza concrete alternative al sistema economico, alle politiche internazionali e alla malagiustizia, e sono rimasti soltanto con slogan urlati e lacrimogeni in mano. A far loro compagnia ci sono quelle politiche di odio sociale contro le persone (lavoratrici) che risparmiano, e che hanno qualche proprietà: le stesse persone lavoratrici che infatti si tengono ben lontane dalle sinistre, sia da quelle antisistema, sia da quelle Ztl, sia da quelle da partito radicale di (non pervenuta) massa.

Coloro che lavorano o che cercano un lavoro stanno seguendo con interesse le politiche del governo in tema di occupazione, che sale al 62,5 per cento, con una disoccupazione in calo al 6,1 per cento. Gli Italiani sono invece stanchi di pronunce giudiziarie ideologiche, di disservizi giudiziari e di malagiustizia che impattano negativamente sul Pil, e conseguentemente sull’occupazione. Gli sforzi dell’esecutivo sul rialzo dell’occupazione potrebbero essere in parte vanificati da una giustizia che in più occasioni ha tenuto bloccate parti dell’economia, delle aziende e delle risorse proprietarie del ceto medio, con lungaggini burocratiche o con provvedimenti di sequestro privi di idonei accertamenti, e poi verificatisi inutili o ingiusti (ma non disciplinarmente puniti).

I lavoratori e in generale gli Italiani non hanno bisogno dei consigli delle sinistre immobiliste su come votare al referendum del 22 e 23 marzo, non hanno bisogno dei consigli di quelle persone che hanno bruciato i cartelli con le figure di Giorgia Meloni e di Carlo Nordio.

Su tali fenomeni, anzi, occorre riflettere senza sminuire i gesti dei rossi pseudo-messali da piazza antagonista.

È evidente che a sinistra molti abbiano un gusto per l’orrido ed il violento, fatti passare retoricamente per libertà di espressione “popolare” (di quale popolo?), attraverso ciclici rituali di piazza. La autorappresentata “superiorità” presunta di tali sinistre radical, sui piani culturale e cultuale, è così irrazionale da abbassarsi a giustificare quell’orrido e quella violenza attraverso un moralismo che mistifica la realtà. Allora quei manifestanti, che hanno bruciato quei cartelli, sperano di nascondere o far sbiadire mediaticamente il loro gesto orrido e violento in sé con la patina di parole tragiche, come “genocidio” e altre, o di parole sacre come “bambini” e altre. Parole che sono funzionali ad una ideologia ben precisa, e non ad una causa umanista o umanitaria. Parole-specchietto per le allodole, in questi casi. I mass-media non diventino godenti davanti a tali gesti di bassa ritualità antagonista, giacché non si tratta di foto di dittatori, ma di foto raffiguranti alti rappresentanti di una Nazione libera e democratica come l’Italia.

Mentre i cittadini di sana e onesta moralità cercano di battersi per una giustizia più giusta, con evidenti speranze di miglioramento su tutti i campi in cui la giustizia impatta (immigrazione, sicurezza, economia dal basso, famiglia e libertà educativa familiare, vita dei minori, proprietà privata e risparmi sudati), c’è chi vuol condannare il Belpaese all’immobilismo e all’arretratezza militando per il No referendario. E lo fa mischiando le carte in tavola con la lotta ad un governo (grazie al cielo) non amico delle loro rosse ideologie; e lo fa mixando il tema della giustizia nazionale con i fenomeni globali, i quali prescindono dalle volontà delle singole Nazioni europee.

Una piazza che mescola tutto e il contrario di tutto è una piazza inconcludente, che serve soltanto a generare meccanismi mediatici confusi e confondenti. Questa è la vera natura della piazza romana delle sinistre antagoniste del 14 marzo, con tutti i loro strascichi nei giorni immediatamente successivi. Questa è la natura di alcune altre piazze sinistre in altre città italiane, in questi giorni.

Quelle piazze rosse mentono – tra l’altro – anche nel dire che la riforma sulla giustizia non apporterebbe alcun miglioramento sulle tempistiche dei processi.

Se vincerà il Si, gli organizzatori di quelle piazze rosse con il tempo potranno accorgersi come separare le carriere dei magistrati, oggettivamente, specializzerebbe nonché approfondirebbe la formazione professionale del giudice (super partes), e quella del pubblico ministero (parte di pubblica accusa nel processo accusatorio). Tale specializzazione formativa, carrieristica, professionale e istituzionale non potrebbe che apportare ragionevoli efficientamenti ed ottimizzazioni nei processi giudiziari, anche sul profilo della loro velocizzazione.

In più, per gli illeciti disciplinari la riforma prevede l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, per togliere al sistema-Csm la funzione di giudizio disciplinare sui magistrati. Tale novità non potrà che stimolare i giudici e in pubblici ministeri a velocizzare il proprio lavoro, per essere diligenti nonché in regola con le tempistiche previste dai codici di procedura.

Il senso della riforma oggetto di referendum è l’amore per la giustizia giusta e per la patria italiana ed italeuropea. La nostra Nazione merita sistemi giudiziari con maggiori garanzie, a tutela di chiunque possa ritrovarsi – anche per errore – nella veste di indagato o imputato, nonché a tutela reale, concreta ed effettiva delle vittime di quei delitti che minano la nostra sicurezza.

I figli, i nipoti, gli amici, i vicini di casa – e via dicendo – di coloro che sabato 14 marzo hanno manifestato a Roma in mezzo ai fumogeni, da cui purtroppo sono state bruciate le immagini con i volti della Meloni e di Nordio, potranno svegliarsi un domani in un Paese dove la magistratura sarà finalmente libera (liberata!) dalla politica e dalle ideologie. Magari ad alcune aree della politica, dal centrosinistra alla sinistra radical e antagonista, la malsana commistione tra giustizia e politica piace. Certamente non piace alla maggioranza degli Italiani, ed è per questo che fino alla fine della campagna referendaria occorre continuare a guardare negli occhi i cittadini per esortarli ad andare a votare, e a votare Sì, per il bene di tutti e di ciascuno.

Se dovesse vincere l’immobilistico No, invece, a perdere sarebbe la serenità dei cittadini, non Giorgia Meloni. Se dovesse vincere il No, inoltre, nei casi di malagiustizia i cittadini non verrebbero più presi in seria considerazione da quella parte del giornalismo che sta militando per il No.

Il popolo italiano – sovrano! – ha infatti una concreta possibilità di riformare la giustizia adesso, votando Sì al referendum del 22 e 23 marzo. Le lamentele successive contro la malagiustizia, in caso di vittoria del No, verrebbero prese come non d’interesse pubblico (referendum docet!). A perdere, in caso di vittoria del No, sarebbe la democrazia fondata sulle libertà.

Intanto a Roma, capitale d’Italia e centro universale della cristianità cattolica, e in tutta Italia, cortei antagonisti hanno sfilato e sfileranno per mischiare confusi “no” ad un governo di centrodestra (che finalmente è rappresentativo dei cittadini e della Nazione), per mischiare confusi “no” alla pace dell’Occidente libero e prospero, per mischiare confondenti “no” alla giustizia giusta amministrata da una magistratura non politicizzata. E intanto in quei cortei c’è chi brucia volti con storie esistenziali sudate, come quelle della Meloni e di Nordio, c’è chi promuove nichilismi politici e geopolitici raccapriccianti. E intanto, in tal maniera, chi milita in fondo a sinistra gioca a dare calci sui presunti sensi di colpa degli occidentali eticamente confusi, per trarre da tali debolezze sequele prive d’autentica coscienza, ma comunque voti, disordini e destabilizzazioni.

Ecco a voi, signori, la dittatura degli slogan confusi e confondenti, pronti al disfattismo, tra le pieghe di questi tempi ruvidi. Ma la destra divina, la destra liberale, la destra personologica ha gli anticorpi buoni.


di Luigi Trisolino