Debolezza militare e centralità geopolitica

martedì 10 marzo 2026


Le polemiche esplose a causa della presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto negli Emirati Arabi Uniti proprio nelle ore in cui si sviluppavano gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele (incentrate sul fatto che l’Italia non fosse stata informata preventivamente da Washington o Tel Aviv) richiamano una delle accuse ricorrenti della sinistra, ovvero che il nostro Paese sullo scacchiere mondiale conti meno di zero. Un’irrilevanza che – secondo i detrattori – affonda le radici nella storica scarsa autonomia dell’Italia in politica estera. Una tesi sostenuta con toni fortemente polemici, ma priva di un solido riscontro fattuale. Infatti, ripercorrendo – sia pure per sommi capi – la vicenda delle relazioni internazionali, dal 1946 in poi, emerge come il nostro Paese abbia svolto un ruolo tutt’altro che irrilevante, esercitando la propria influenza attivamente all’interno di strutture multilaterali. L’Italia uscì dal Secondo conflitto mondiale con una pesante sconfitta militare e con uno Stato da ricostruire a partire dalle sue istituzioni fondamentali (la “patria morì” l’8 settembre 1943 con la fuga dei Savoia da Roma).

L’unica risorsa su cui il Paese poteva contare e sulla quale fece leva, mentre veniva ridisegnato il nuovo ordine secondo i parametri della Guerra fredda, era la sua collocazione geostrategica: si trovava a pochi chilometri dalla “Cortina di ferro” e nello stesso tempo rappresentava nel Mediterraneo la frontiera meridionale del blocco occidentale. In questa prospettiva va letta l’adesione italiana alla Nato nel 1949. Una scelta compiuta dalla classe politica del Dopoguerra (con l’opposizione del Partito comunista e del Partito socialista) non soltanto per ragioni ideologiche, ma anche sulla base di valutazioni realistiche: l’Italia entrò a fare parte dell’Alleanza Atlantica in cambio di sicurezza e stabilità. Del resto, anche il progetto dell’integrazione europea è stato molto più che un progetto economico-diplomatico: si è trattato di un percorso (ancora oggi in evoluzione) di costruzione di un’entità sovranazionale concepito come un’ulteriore tappa verso la stabilità.

Se osservata attraverso le lenti del realismo politico, la strategia seguita dall’Italia per ottant’anni appare chiara. Consapevoli delle limitate risorse a disposizione, si è scelto di non fare affidamento sull’hard power (il potere duro e coercitivo) ma di valorizzare nelle relazioni interstatali il soft power ossia le regole del diritto e della diplomazia. È assai probabile che l’ordine mondiale, così come lo abbiamo conosciuto finora, sia destinato a essere riscritto. Occorre, tuttavia, ricordare che la tensione tra forza e diritto ha attraversato gli ultimi cento anni di storia con continue oscillazioni a favore dell’una o dell’altra. Ogniqualvolta la forza ha prevalso, come accadde con la Prima e la Seconda guerra mondiale, successivamente si è avuto un rafforzamento delle norme tese a contenere i conflitti. Chi sostiene che il diritto internazionale sia da considerare morto formula un giudizio storico affrettato. Anche in questa nuova fase, l’Italia potrà svolgere, per le ragioni suddette, un ruolo importante. A meno che la miopia populista prenda il sopravvento sulla razionalità politica.


di Francesco Carella