giovedì 5 marzo 2026
Coloro che in questi giorni hanno voluto fornire spiegazioni tecniche in materia di referendum hanno certamente reso – su posizioni differenti – un chiaro servizio al dibattito pubblico. Certamente non coloro che hanno tracciato la solita riga tra i buoni che votano no e i cattivi che votano sì gettando alle ortiche quel minimo di credibilità che avevano costruito negli anni. Con loro potevi non essere d’accordo ma non potevi considerarli dei poveracci. Oggi, invece, qualche dubbio in più si staglia all’orizzonte. Ma adesso cerchiamo di ricostruire politicamente cosa è successo alla magistratura negli ultimi anni per ristabilire un po’ di chiarezza non tecnica ma storica. Negli anni Novanta, consegnandosi mani e piedi ai palazzi di giustizia cancellando l’autorizzazione a procedere, il Parlamento ha consentito che il potere politico fosse soggetto al potere giudiziario, il quale resta saggiamente soggetto solo a sé stesso e alla legge. È stato proprio in quel momento che le toghe hanno compreso di avere un peso importante nella nazione attenzionando in maniera stringente la politica che, dal canto suo, non ha fatto mancare argomenti per finire sui giornali e non per fatti edificanti.
In questi anni si è sfruttato ogni cono d’ombra, ogni minimo sospetto, ogni malinteso foss’anche una telefonata ambigua, qualsiasi cosa insomma per sbattere “l’assessore” in prima pagina onde poi magari verificare dopo qualche anno che “ci eravamo sbagliati” e che era stato tutto un equivoco anche se nel frattempo la carriera dell’inquisito era rovinata. Stando a ciò che dice Luca Palamara, che nel Csm non era certo un passante, questo cortocircuito è stato puramente voluto per condizionare il corso della vita pubblica del Paese e per fungere da opposizione. Ciò ovviamente è stato possibile perché l’organo di autogoverno dei giudici decide su tutti i magistrati compresi quelli che dovrebbero essere terzi tra pm e avvocati. Questo potrebbe sembrare un discorso di lana caprina se non ci toccasse anche come semplici cittadini.
Perché, nella commistione più totale tra inquirente e giudicante, “l’assessore” diventava un’ossessione mentre del reato comune chissenefrega. Grazie a questo gioco perverso, si è spostato l’interesse giudiziario di questo Paese, un posto in cui Gianni Alemanno è in galera perché ha fatto un errore ma è anche un politico mentre i borseggiatori nelle metro, i truffatori, i rapinatori, coloro che ti entrano in casa armati, che ti massacrano in strada o ti occupano casa ricevono un trattamento diverso perché non sono colletti bianchi. L’asse di interesse si è spostato perché non ci sono contrappesi: molto più facile e utile questionare in punta di diritto (diciamo così) sui migranti in Albania o sulle navi delle ong ipotizzando sequestri di persona piuttosto che occuparsi dei reati comuni su cui – spesso – l’orientamento è giustificazionista. Ovviamente ciò è dovuto non solo ma anche al fatto che nella poca chiarezza dei ruoli i potentati e le correnti hanno fatto massa critica orientando in un certo qual modo la gerarchia dei reati e la politica della sicurezza di questo Paese.
di Vito Massimano