La fabbrica dei dogmi

martedì 3 marzo 2026


Come l’università moderna distrugge la libertà

Era sera. Dopo una giornata di lavoro estenuante, Marco si sedette sul divano e accese il telegiornale. Sullo schermo scorreva un copione ormai familiare: nuove indagini su opere pubbliche mai concluse, miliardi redistribuiti da Roma per salvare comuni tecnicamente falliti, ministri che promettevano “semplificazione” mentre annunciavano l’ennesimo pacchetto normativo.

Con un gesto di stizza, Marco scosse la testa e borbottò che non c’era più nulla da aspettarsi da quella classe politica, corrotta e inaffidabile, incapace di far avanzare il Paese. Sua moglie, impegnata a sistemare la tavola per la cena, gli lanciò uno sguardo stanco.

Fu allora che Marco, quasi senza rendersi conto della contraddizione, aggiunse che sperava nel rinnovo degli sconti sulle bollette di luce e gas, perché con quei prezzi sarebbe stato impossibile affrontare l’inverno. Aggiunse anche che, senza il mantenimento dei sussidi per l’affitto, Giacomo ˗ il nipote ˗ non avrebbe mai lasciato la casa dei genitori. In Italia, concluse, iniziare davvero la vita adulta era diventato un privilegio.

Nel medesimo respiro con cui malediceva i politici, Marco continuava a riporre in loro le proprie aspettative. Li rifiutava come corrotti e inefficienti, ma perseverava nell’attesa che fosse proprio lo Stato a fornire le soluzioni ai problemi quotidiani. Si lamentava del peso dell’Irpef, dei contributi sociali, dell’Iva applicata a ogni bene e servizio, ma accettava come normale che la sopravvivenza dipendesse da bonus temporanei e da misure emergenziali.

Il notiziario passò quindi al tema dei giovani: programmi di occupazione sovvenzionata, contratti precari sostenuti da incentivi statali, laureati altamente qualificati che emigravano verso la Germania, i Paesi Bassi o il Regno Unito. Marco sospirò e commentò amaramente che studiavano, si formavano e poi se ne andavano, accusandoli di mancanza di impegno verso il Paese.

Questo quadro quotidiano rende evidente ciò che è stato definito il “Paradosso di Garschagen”. Elaborato originariamente a partire dal contesto brasiliano, ma perfettamente applicabile ai Paesi che hanno adottato il modello socialdemocratico, tale paradosso descrive una tensione ricorrente: le persone denunciano i politici come parassiti, ma continuano a trattarli come salvatori.

Nel suo libro Non credere più nel governo, Bruno Garschagen mette a nudo questa contraddizione in modo diretto: pur dichiarando di non fidarsi delle istituzioni pubbliche, dei politici e dello Stato stesso, i cittadini continuano a chiedere che sia proprio il governo a risolvere i principali problemi della società. È questa ambivalenza ˗ tra sfiducia dichiarata e dipendenza pratica ˗ che permette al sistema di perpetuarsi, nonostante le sue evidenti disfunzioni.

Si può affermare senza esitazioni: è soprattutto tra i giovani che questo paradosso si manifesta con maggiore chiarezza.

In genere, essi giungono alla vita adulta animati da impazienza e aspettative grandiose. Desiderano trasformare il mondo, ma rifiutano l’idea che il progresso reale sia il risultato di sforzo, risparmio, disciplina e di una prospettiva di lungo periodo ˗ elementi che raramente affascinano animi inquieti e ansiosi. Il socialismo, in questo senso, offre una scorciatoia seducente: la promessa di una giustizia immediata, di un’uguaglianza istantanea e di una società priva di conflitti. Si tratta di una narrazione particolarmente attraente per chi non ha ancora affrontato le difficoltà concrete del produrre, del risparmiare e del competere nel mercato.

Ludwig von Mises dimostra con grande lucidità, nel suo celebre libro La mentalità anticapitalistica, che l’ostilità verso il capitalismo non nasce da un’analisi fredda e razionale, ma affonda le sue radici in risentimenti profondi e frustrazioni personali. L’individuo che non raggiunge il successo desiderato trova nel capitalismo un comodo capro espiatorio: se non prospera, è perché il capitalismo è ingiusto; se non viene riconosciuto, è perché la società è oppressiva; se non ottiene prestigio, è perché i ricchi monopolizzano tutte le opportunità. Invece di assumersi la responsabilità delle proprie scelte o di accettare la necessità di disciplina e merito, preferisce attribuire la colpa a un nemico invisibile e collettivo.

Intellettuali, professori, artisti e aristocratici svolgono un ruolo centrale in questo processo. Molti di essi, incapaci di emergere nel libero mercato delle idee o di ottenere riconoscimento in ambiti produttivi, trovano nel socialismo una spiegazione conveniente del proprio insuccesso. Piuttosto che ammettere limiti personali, proiettano la colpa sul “sistema capitalista”, accusato di favorire esclusivamente i ricchi e i potenti. In questo modo, finiscono per diventare propagandisti del risentimento, alimentando tra i giovani l’illusione che il mondo debba loro successo e prestigio senza la necessaria contropartita del merito.

È in questo contesto che la mentalità anticapitalista si consolida definitivamente: il giovane, nutrito intellettualmente da docenti e opinion maker frustrati, impara a percepire la società libera non come uno spazio di opportunità, ma come una cospirazione contro di sé. Il capitalismo non viene più descritto come il sistema che ha elevato gli standard di vita e prodotto prosperità diffusa, bensì come un nemico morale da combattere. L’adesione al socialismo, pertanto, non nasce da un’analisi rigorosa dei fatti, ma dalla combinazione tra il desiderio giovanile di trasformazioni rapide e la retorica amara di un’intellighenzia risentita.

Quando questi giovani entrano nell’università, la situazione non migliora ˗ al contrario, si aggrava. L’ambiente che dovrebbe rappresentare lo spazio per eccellenza del libero confronto e della ricerca critica si è trasformato nel più efficiente centro di riproduzione dell’ortodossia statalista. Il pluralismo intellettuale cede il passo all’uniformità ideologica.

Non esiste un autentico dibattito accademico. Ciò che prevale è un vero e proprio monopolio culturale: il progressismo circola senza ostacoli, mentre ogni idea libertaria o conservatrice viene marginalizzata, quando non apertamente delegittimata, prima ancora di essere discussa. Le conclusioni sono date per scontate; le domande, tollerate solo entro confini prestabiliti.

Si ascolta così la stessa litania, ripetuta fino alla saturazione: la sacralizzazione della democrazia maggioritaria, l’asserita inevitabilità dello Stato, l’esaltazione della redistribuzione come valore supremo, il culto irrazionale dell’“uguaglianza” e, come conseguenza naturale, la demonizzazione di qualsiasi alternativa che richiami la proprietà privata, il libero mercato o la responsabilità individuale. In questo clima, il dissenso non viene confutato: viene semplicemente escluso.

Nel 2004, Hans-Hermann Hoppe, allora professore di economia presso l’University of Nevada, Las Vegas (Unlv), teneva una lezione sulla teoria della preferenza temporale ˗ l’idea secondo cui alcuni gruppi sociali tendono a privilegiare il consumo nel presente, mentre altri pianificano maggiormente il futuro, risparmiando e investendo. A titolo puramente illustrativo, Hoppe osservò che, in media, società composte prevalentemente da omosessuali potrebbero presentare una maggiore propensione al consumo immediato, poiché, sul piano statistico, non avrebbero figli né preoccupazioni legate alla trasmissione ereditaria.

L’osservazione, di natura esclusivamente teorica, fu tuttavia sufficiente a provocare una denuncia formale da parte di uno studente che si dichiarò offeso. L’università avviò un procedimento contro Hoppe, accusandolo di intolleranza. In breve tempo, la questione cessò di essere accademica e divenne politica: non contava più che l’esempio fosse parte di una teoria economica, ma il fatto che avesse infranto un dogma culturale considerato intoccabile.

Hoppe non perse il posto soltanto perché era titolare di tenure. Negli Stati Uniti, il tenure rappresenta una forma di stabilità accademica ottenuta dopo un rigoroso processo di valutazione. Un docente con tenure non può essere licenziato per pressioni politiche o ideologiche, se non in casi estremi di reato o grave cattiva condotta. La sua funzione è precisamente quella di proteggere la libertà accademica da mode intellettuali e persecuzioni.

Nel caso di Hoppe, tuttavia, tale protezione si rivelò insufficiente. Pur mantenendo formalmente la cattedra, egli fu oggetto di ostilità costante, sottoposto a sorveglianza informale e progressivamente etichettato come “professore tossico”. La sua permanenza nell’ambiente universitario divenne, di fatto, insostenibile.

Nel 2008, Hoppe si ritirò dall’Unlv e ricevette il titolo di professore emerito. Non si trattò di un licenziamento formale, ma di un’uscita forzata: un’espulsione indiretta prodotta da un clima ostile. Poco dopo si trasferì a Istanbul, dove fondò e iniziò a dirigere la Property and Freedom Society, continuando da lì la sua attività intellettuale, scrivendo e organizzando conferenze che mettono apertamente in discussione lo statalismo contemporaneo.

Alla luce di questo quadro, non sorprende che molti nutrano un profondo pessimismo. L’università non è più uno spazio di scoperta, ma un repertorio di slogan. La critical race theory si diffonde nei corsi di diritto e di storia; il femminismo è diventato un passaggio obbligato nelle facoltà di scienze della formazione; l’ideologia di genere compare persino nei manuali di biologia; e programmi etichettati come “antifascisti” vengono utilizzati per censurare qualsiasi forma di dissenso. Non importa la disciplina: c’è sempre una griglia ideologica pronta per essere applicata.

Gli esempi si moltiplicano. Nelle facoltà di architettura si discute di “decostruzione dell’urbanistica patriarcale”; nei corsi di medicina si parla di “epistemologie femministe del corpo”; in pedagogia gli studenti vengono formati a “decolonizzare il curriculum”; persino nelle ingegnerie compaiono insegnamenti sugli “impatti sociali del capitalismo tardivo”.

L’esito di questa deriva è prevedibile. La ricerca rigorosa passa in secondo piano, i laboratori si trasformano in arene di militanza e i docenti fanno dell’aula un pulpito ideologico. Chi solleva obiezioni viene accusato di “intolleranza” o di “negazionismo”. L’ambiente che dovrebbe essere il cuore del libero esame critico si è convertito in una fabbrica di dogmi. La si chiama istruzione superiore; nella pratica, è soltanto indottrinamento superiore ˗ una catechesi secolare dello Stato.

A prima vista, sembra di trovarsi davanti a un deserto arido. Le idee di libertà appaiono inaridirsi, sconfitte prima ancora di poter essere messe alla prova. La militanza socialista è aggressiva, rumorosa e spettacolare: occupa ogni spazio e dà l’impressione di aver vinto su tutti i fronti.

Tuttavia, Ludwig von Mises sapeva che, per quanto rumorosa potesse essere la marea statalista, le idee corrette ˗ le idee della libertà ˗ avrebbero finito per prevalere. Non si trattava soltanto di una fiducia astratta: Mises lavorò instancabilmente per questa causa lungo tutta la sua vita, anche quando sembrava combattere da solo contro il mondo.

Egli era consapevole che le idee non trionfano per decreto, né per imposizione istituzionale, ma per la loro forza intrinseca e per la capacità di spiegare la realtà meglio delle alternative. Per questo non cedette mai al pessimismo, nemmeno nei momenti in cui il clima intellettuale sembrava interamente dominato dal collettivismo.

Come afferma in un celebre passaggio di Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow: “Tutto ciò che accade nella società dei nostri giorni è il frutto di idee, siano esse buone o cattive. È necessario combattere le idee sbagliate. Dobbiamo opporci a tutto ciò che è nocivo nella vita pubblica. Dobbiamo sostituire le idee errate con idee migliori, dobbiamo confutare le dottrine che promuovono la violenza sindacale. È nostro dovere lottare contro la confisca della proprietà, contro il controllo dei prezzi, contro l’inflazione e contro molti altri mali che ci affliggono. Le idee, e soltanto le idee, possono illuminare l’oscurità. Le buone idee devono essere portate alle persone in modo tale che esse si convincano della loro correttezza e sappiano riconoscere quelle sbagliate. Nel glorioso periodo del XIX secolo, le straordinarie realizzazioni del capitalismo furono il risultato delle idee degli economisti classici: Adam Smith e David Ricardo, Bastiat e altri. È necessario soltanto sostituire le cattive idee con idee migliori. La generazione futura riuscirà a farlo. Non solo lo spero: ho una profonda fiducia in questo futuro. La nostra civiltà non è condannata, nonostante quanto affermano Spengler e Toynbee. La nostra civiltà sopravvivrà, e deve sopravvivere, fondata su idee migliori di quelle che oggi governano gran parte del mondo, idee che saranno elaborate dalla nuova generazione”.

Nonostante questo entusiasmo, sappiamo bene che Ludwig von Mises dovette affrontare enormi ostacoli nella diffusione delle sue idee a favore del libero mercato e della libertà individuale. Costretto all’esilio dall’avanzata del nazismo, vide la sua biblioteca privata a Vienna confiscata e dispersa, perdendo così anni di ricerca e un patrimonio intellettuale di valore incalcolabile.

Negli Stati Uniti, nonostante la solidità della sua opera accademica, non trovò facilmente spazio nelle università: per anni insegnò a New York senza uno stipendio fisso, dipendendo dal sostegno di studenti e ammiratori per poter continuare le sue lezioni. Le sue convinzioni, apertamente contrarie allo statalismo dominante, lo relegarono ai margini del sistema accademico. Eppure, fu proprio questa perseveranza a consentire alle sue idee di attraversare frontiere e raggiungere nuove generazioni.

Ritengo che, malgrado tutte le difficoltà affrontate, Mises abbia mantenuto un autentico ottimismo. Non si trattava di ingenuità, ma della profonda convinzione che il potere delle idee sia superiore a qualsiasi ostacolo contingente.

Per queste ragioni, anch’io resto ottimista. Se Mises credette in tali idee, visse per esse e combatté fino alla fine, non vi è motivo perché oggi noi arretriamo. E se egli non si arrese di fronte al nazismo, al fascismo e al socialismo trionfante del XX secolo, perché dovremmo arrenderci davanti a una manciata di professori woke e a dipartimenti universitari rumorosi? Loro hanno le grida; noi abbiamo la ragione. Loro hanno gli slogan; noi abbiamo la realtà. E la realtà, come sempre, presenta il conto.

Come abbiamo visto, anche Hans-Hermann Hoppe ha affrontato difficoltà significative nell’ambiente universitario, segnato da una censura velata e da un’ostilità aperta nei confronti delle idee libertarie. Ciò nonostante, la sua produzione intellettuale non si è arrestata; al contrario, ha trovato nuovo slancio.

Mi azzardo a sostenere che oggi Hoppe realizzi molto più di quanto facesse quando insegnava a Las Vegas. Liberato dai vincoli della burocrazia accademica e dalla pressione dei dipartimenti politicamente corretti, ha potuto dedicarsi pienamente allo sviluppo delle proprie idee, alla pubblicazione di libri e articoli e all’organizzazione di iniziative intellettuali indipendenti.

Lontano dall’università, la sua influenza non si è ridotta, ma si è ampliata. L’allontanamento dall’istituzione accademica, invece di limitarne la voce, l’ha resa più incisiva, trasformandolo in una delle figure più autorevoli e controcorrente nel panorama internazionale della teoria libertaria.

Concludo con convinzione: questa non è una battaglia perduta, ma una battaglia lunga. La marea statalista e socialista può, per ora, riempire gli auditorium e dominare le prime pagine, ma si alimenta soprattutto di rumore e intimidazione. Il futuro, tuttavia, appartiene alle idee corrette. E finché vi saranno uomini e donne disposti a sostenerle senza paura e senza chiedere scusa, la libertà non solo sopravvivrà: prevarrà.

(*) Professore e ricercatore presso l’Instituto Federal de Educação, Ciência e Tecnologia do Tocantins (Brasile).


di Isaias Lobão (*)