E se Mani Pulite e Mafia-Appalti fossero lo stesso mostro?

giovedì 26 febbraio 2026


Mani grandi, callose, che gesticolano davanti alle telecamere di Rete 4. Antonio Di Pietro non è cambiato: la voce è rimasta quella del contadino del Molise prestato alla procura di Milano, ma il contenuto di ciò che dice oggi, a distanza di oltre trent’anni, ha il sapore amaro di una verità che è stata tenuta sotto il tappeto per troppo tempo. ​Il “Tonino nazionale” ha riacceso la miccia su quello che potremmo definire il “peccato originale” della seconda Repubblica: il legame ombelicale tra la corruzione dei palazzi romani e il cemento mafioso siciliano.

DUE INCHIESTE, UN UNICO DESTINO

​Di Pietro ha messo insieme i pezzi di un puzzle che molti, all’epoca, preferirono vedere come quadri separati. Da una parte il pool di Milano, che scoperchiava il sistema delle tangenti; dall’altra il Ros dei Carabinieri in Sicilia, che con il dossier “Mafia-Appalti” stava seguendo il flusso del denaro che dalle grandi imprese nazionali finiva nelle tasche di Cosa Nostra. ​Secondo Di Pietro, non furono due storie diverse. Fu un’unica, gigantesca operazione di pulizia che venne fermata esattamente nello stesso modo: isolando e delegittimando i protagonisti. ​“A Paolo Borsellino, ai funerali di Falcone, dissi: Dobbiamo fare presto. Lui mi guardò e capì che il tempo non era un nostro alleato, ma il nemico giurato di chi cerca la verità” ricorda l’ex Pm di Mani pulite.

IL “DOSSIER MALEDETTO” E IL LAVORO DELLA PROCURA DI CALTANISSETTA

​Il magistrato ha ricordato con fermezza come il dossier Mafia-Appalti fosse la “pista delle piste”. Quella che Giovanni Falcone aveva intuito e che Paolo Borsellino voleva approfondire nei suoi ultimi 57 giorni di vita. ​Oggi, la Procura di Caltanissetta sta lavorando alacremente proprio su questo: l’ipotesi che la strage di Via D’Amelio sia stata accelerata non solo per la trattativa Stato-Mafia, ma per l'interesse convergente di politici, imprenditori e boss di seppellire quel dossier. Di Pietro lo dice chiaramente: fermare i magistrati a Milano e fermare i carabinieri del Ros in Sicilia serviva a salvare lo stesso sistema di potere.

​PERCHÉ PARLARNE OGGI?

​Trentaquattro anni dopo, il linguaggio di Di Pietro non è quello del reduce, ma del testimone che vede le fila della storia riannodarsi. ​Mani Pulite è stata dipinta per decenni come un colpo di stato giudiziario. ​Mafia-appalti è stata archiviata troppo in fretta subito dopo le stragi del ‘92. ​Mettere insieme questi due elementi significa ammettere che la corruzione non era un “vizio” della politica, ma l’infrastruttura su cui poggiava il patto tra criminalità organizzata e pezzi dello Stato.

UNA RIFLESSIONE FUORI DAL CORO

​Mentre il dibattito pubblico si arena spesso su tecnicismi giuridici, Di Pietro ci ricorda che la storia d’Italia è scritta col sangue di chi ha cercato di seguire i soldi. Il suo “fare presto” gridato a Borsellino risuona oggi come un monito: la verità non ha scadenza, ma il potere sa come renderla irrilevante se non viene difesa con la memoria collettiva.


di Alessandro Cucciolla