lunedì 23 febbraio 2026
Magistrati, politici, cittadini: tutti sub iudice
Il referendum del 22 e 23 marzo, al di là delle questioni tecnico-giuridiche pur rilevanti che ne costituiscono l’oggetto formale, sollecita una riflessione di portata più ampia. Vi è in gioco qualcosa che trascende la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la composizione del Consiglio superiore della magistratura, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Vi è in gioco, piuttosto, l’esito di una tensione che percorre la Repubblica italiana da oltre 30 anni – una tensione tra poteri dello Stato che ha segnato in profondità la vita pubblica del Paese, e che oggi sembra giungere a un punto di svolta. Per intendere la natura di questa tensione, può essere utile volgere lo sguardo più indietro, verso alcune circostanze che appartengono alla storia della Repubblica. Da un lato, una magistratura che, nel corso dei decenni, ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione sino a lambire – e talvolta oltrepassare – i confini del giudizio sui singoli fatti, assumendo una funzione che qualcuno potrebbe definire di supplenza morale. Dall’altro, una classe politica il cui intreccio con l’illegalità è stato così duraturo e capillare da sollecitare, a un certo punto, un intervento che ambiva a fare giustizia non tanto dei singoli imputati, quanto di un’intera stagione storica e delle logiche che l’avevano governata.
La risposta sta in un paradosso che appartiene alla genesi stessa della democrazia italiana del dopoguerra. Un paradosso che si può enunciare così: per difendere la democrazia e assicurarne la sopravvivenza, i suoi governanti furono costretti ad agire contro la democrazia. E questo non per malvagità o corruzione – che pure vi furono – ma per necessità sistemica. Era la guerra fredda. L’Italia era il confine occidentale del mondo libero, la frontiera porosa oltre la quale stava il nemico. E il nemico, in quegli anni, non era un’ipotesi: era il partito comunista più forte d’Occidente, finanziato da Mosca, radicato nel tessuto sociale, capace di vincere le elezioni. Che cosa accade quando una democrazia si trova a combattere per la propria sopravvivenza? Accade ciò che accade a ogni organismo vivente: si fa tutto il necessario per non soccombere. E il necessario, in quegli anni, includeva anche l’innominabile. Lo disse con notevole franchezza, agli inizi degli anni Novanta, il direttore della Cia William Colby, intervistato dal Corriere della Sera. Alla domanda se fosse stato davvero indispensabile mettere all’Italia quella che l’intervistatore definiva una “camicia di forza anticomunista”, Colby rispose con una formula che meriterebbe di essere meditata a lungo: “Sì. Meglio i ladri dei dittatori”.
Una formula brutale, che tuttavia non va intesa come un giudizio morale sulla classe dirigente italiana, bensì come la descrizione di una scelta strategica. Ciò che Colby chiamava “ladri” era in realtà un sistema assai più complesso: il finanziamento occulto dei partiti, la rete di complicità che legava pezzi dello Stato a mondi che ne avrebbero dovuto essere estranei, la tolleranza verso zone di illegalità che garantivano, a loro modo, la stabilità del fronte occidentale. La mafia, in quegli anni, si rivelò un anticomunismo singolarmente efficace. E i partiti che garantivano la fedeltà atlantica ebbero bisogno di risorse che le vie ordinarie non potevano fornire. Non si trattava, o non si trattava soltanto, di corruzione nel senso volgare del termine. Si trattava di una scelta compiuta al livello più alto della strategia occidentale: posti di fronte all’alternativa tra un’Italia comunista e un’Italia attraversata da zone d’ombra, i governi alleati – e con essi la classe dirigente italiana – optarono per la seconda.
Fu così che, per decenni, la legalità dello Stato convisse con pratiche che la legalità formale non avrebbe potuto ammettere. Un equilibrio opaco, fondato su necessità che nessuno aveva interesse a rendere esplicite. Gli uomini che mantenevano i rapporti tra il mondo delle istituzioni e quello dell’illegalità non erano figure mitologiche: erano funzionari, politici, intermediari. Che esistessero, era cosa nota a chiunque avesse occhi per vedere; chi fossero, e quali accordi li vincolassero, apparteneva a una zona che nessuno, in quegli anni, aveva interesse a illuminare. Questo equilibrio – se così vogliamo chiamarlo – resse finché durarono le condizioni che lo avevano generato. Quando, tra il 1989 e il 1991, l’Unione sovietica si dissolse e la guerra fredda giunse al termine, venne meno anche la ragione che giustificava il compromesso. Il nemico non c’era più. E con il nemico scompariva la necessità di quei metodi che, in sua presenza, erano apparsi inevitabili. Ciò che per 40 anni era stato un segreto condiviso divenne, d’un tratto, uno scandalo intollerabile. I ladri, che erano stati preferiti ai dittatori, tornarono a essere semplicemente ladri. E qualcuno ritenne che fosse giunto il momento di presentare il conto.
Quel qualcuno fu la magistratura. A partire dal febbraio del 1992, con l’arresto di un oscuro amministratore socialista a Milano, prese avvio quella che sarebbe stata chiamata Tangentopoli: un’ondata di inchieste che, nel volgere di pochi anni, travolse l’intera classe dirigente della Prima repubblica. Cinque partiti storici si dissolsero o si trasformarono al punto da risultare irriconoscibili. Figure che avevano governato il Paese per decenni finirono sotto processo, in esilio, o nella polvere. L’opinione pubblica applaudì, i giornali celebrarono, e per qualche tempo sembrò che l’Italia stesse finalmente facendo i conti con il proprio passato.
Ma qui si annida il problema. Perché ciò che la magistratura si proponeva – consapevolmente o meno – non era semplicemente di perseguire singoli reati e punire singoli colpevoli. Era qualcosa di assai più ambizioso, e forse di impossibile: fare giustizia di un intero sistema, processare una stagione storica, chiamare in giudizio le logiche stesse che avevano governato la Repubblica. In una parola: portare la storia in tribunale. Sennonché la storia non si lascia processare. Non perché i fatti non siano accertabili – i fatti, nei limiti del possibile, lo sono –, ma perché processare il finanziamento illegale dei partiti significa, in ultima istanza, processare le ragioni per cui quel finanziamento fu ritenuto necessario. Significa chiamare in giudizio non questo o quel politico corrotto, ma l’intera strategia con cui l’Occidente tenne l’Italia nel proprio campo. Significa, infine, incriminare il mondo democratico-capitalistico italiano – quello stesso mondo che, nel bene e nel male, vinse la guerra fredda – e tutto ciò che di quel mondo ancora permane. La magistratura poteva perseguire i singoli: ma nel momento in cui ambiva a giudicare il sistema, si proponeva un compito che eccedeva la sua natura e forse le possibilità di qualunque tribunale.
Nei tre decenni che seguirono, il conflitto inaugurato con Tangentopoli non si risolse: si cronicizzò. Divenne una costante della vita pubblica italiana, uno sfondo a cui ci si abituò senza più interrogarsi sulle sue origini. La magistratura continuò a rivendicare un ruolo che eccedeva il giudizio sui singoli fatti; la politica continuò a percepire in quella rivendicazione una minaccia. Le riforme della giustizia proposte in questi anni – e ne sono state proposte molte – hanno quasi sempre avuto il sapore della rappresaglia o della difesa: raramente quello di un ripensamento condiviso dell’equilibrio tra i poteri. Il problema, del resto, non era tecnico. Era il residuo di una ferita mai suturata. È in questa luce che va considerato il referendum del 22 e 23 marzo. La riforma che gli elettori sono chiamati a confermare o respingere – con la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Consiglio superiore, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare – non nasce dal nulla, né risponde a un capriccio dell’attuale maggioranza. Essa rappresenta, piuttosto, l’approdo di un percorso trentennale: il tentativo, da parte della politica, di ridefinire i confini che la magistratura aveva varcato quando si era proposta di giudicare non i singoli, ma il sistema.
Si può naturalmente discutere se questo tentativo sia ben congegnato, se le soluzioni tecniche adottate siano le più adeguate, se i rischi paventati dai critici siano fondati o esagerati. Sono questioni legittime, che meritano di essere affrontate nel merito. Ma esse non esauriscono il senso di ciò che sta accadendo. Al di là delle singole norme, il referendum segna un passaggio che ha poco a che vedere con la tecnica giuridica: è il punto in cui una tensione trentennale giunge a un bivio, e chiede di essere sciolta – in un modo o nell’altro – dal voto popolare. Che questo scioglimento sia possibile, che una scheda elettorale possa davvero sanare ciò che tre decenni di conflitto hanno sedimentato, è lecito dubitarne. Ma la domanda è ormai posta, e attende una risposta.
Sarebbe tuttavia un errore leggere in questo passaggio il trionfo di una parte sull’altra, o la rivalsa della politica sui suoi giudici. Le dinamiche storiche non si lasciano ridurre alla logica della vittoria e della sconfitta. Chi votò e sostenne le inchieste di Tangentopoli credeva, in buona fede, di rigenerare la vita pubblica italiana. Chi oggi promuove la riforma ritiene, altrettanto in buona fede, di ripristinare un equilibrio compromesso. Ma né gli uni né gli altri sono padroni del processo in cui sono immersi. Accade, semplicemente, ciò che le premesse poste trent’anni fa rendevano, col tempo, inevitabile. Resta, infine, una domanda che il referendum pone senza poterla risolvere: chi giudica la storia? La magistratura, negli anni Novanta, ritenne di poterlo fare – e scoprì che il compito eccedeva le sue forze. La politica, in questi decenni, ha tentato di sottrarsi al giudizio – e ha scoperto che la fuga non cancella il debito. Ora la parola passa al popolo sovrano, cui si chiede di pronunciarsi su una materia che, per sua natura, sfugge alle semplificazioni del “Sì” e del “No”.
Ma forse la vera risposta è un’altra, e precede qualunque esito referendario. La storia non si lascia giudicare dai tribunali, né dalle urne, né dai parlamenti. È essa, semmai, a giudicare – con la lentezza e l’inesorabilità che le sono proprie. Giudica chi ha preteso di processarla, e giudica chi ha creduto di poterla ignorare. Giudica le buone intenzioni e le cattive, i vincitori e i vinti, coloro che si ritengono giusti e coloro che sanno di non esserlo. E il suo giudizio, a differenza di quello dei tribunali, non ammette appello. Gli italiani che il 22 e 23 marzo si recheranno alle urne faranno bene a tenerlo presente. Non perché il loro voto non conti – conta, e molto – Ma perché, qualunque sia l’esito, esso non chiuderà la questione. Segnerà, tutt’al più, la fine di un capitolo. La storia, intanto, continuerà a scrivere. E tutti – magistrati, politici, cittadini – resteranno, come sempre, sub iudice.
di Claudio Amicantonio