Il potere del non detto

giovedì 19 febbraio 2026


In coda allarticolo pubblicato ieri su L’Opinione in merito alla gestione dell’informazione e del dibattito su La7, riporto questa mail che avevo inviato a La7 il 2 giugno scorso nel tentativo, comune a molti (ma non abbastanza), di mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio della macchina del fango. La copertura mediatica unilaterale ha consentito alla demonizzazione di Israele di attecchire nuovamente dove evidentemente non era che latente, cancellando le responsabilità della guerra, nell’attacco e massacro di Hamas, e del suo mantenimento, protrattosi fintanto che Hamas non ha rilasciato i rapiti. Mistificando un conflitto, certo terribile, come massacro deliberato e “genocidio”, mentre gli aiuti umanitari – a fatica e in condizioni tragiche – entravano e i rapiti facevano la fame. Fino all’immagine terrificante, che, quella sì riportava, senza equivoco alcuno, alla Shoà, del rapito –grazie al cielo (grazie a Za’al e a Trump) tornato salvo a casa – Evyatar David.

Alle parole seguono azioni: a quelle riportate nell’email sarebbero seguiti gli attentati in Inghilterra a Kippur e in Australia per Hannukà.

Stando solo ai confini italiani: è questo tipo di informazione unilaterale ad aver permesso che qualcuno come Francesca Albanese potesse rimproverare il sindaco Pd, che la stava premiando, per aver osato menzionare i rapiti israeliani, allora ancora nelle mani di Hamas. Parole e gesto di Albanese accolti dall’entusiasmo del pubblico astante e seguiti dal silenzio – nel migliore dei casi – della dirigenza della sinistra e della Cgil, da lì a poco impegnati in uno sciopero generale “per Gaza” la cui gravità non fu tanto negli episodi di violenza quanto nell’attestare che le parole d’ordine antisioniste proprie all’estrema sinistra terzomondista (ieri, allo stalinismo) e all’islamismo (ieri, al panarabismo) – quello stesso antisionismo che impedisce ogni compromesso e pace duratura – avevano fatto breccia nel ventre molle della sinistra istituzionale e delle sue organizzazioni di massa. 

Pubblichiamo di seguito l’email inviata a La7 che non ha avuto nessun riscontro.

In una trasmissione di martedì sera andata in onda su La7 si è parlato, contestualmente alla guerra contro Hamas e alla manifestazione per Gaza indetta dal campo largo, di “rischio antisemitismo”.

Come mai non è stato fatto alcun riferimento all’ultimo attentato (dopo quello, costato la vita a due persone, di Washington) avvenuto in America, in Colorado, contro una manifestazione a sostegno della liberazione degli ostaggi?

Come mai non è stato fatto alcun riferimento agli ultimi episodi in Francia (ultimi di una lunga serie, basti pensare alla ragazzina violentata per “vendicare Gaza” dopo averne scoperto l’origine ebraica) dove sabato scorso le pareti di sinagoghe e di altri luoghi ebraici sono state imbrattate?

Ricordare tali aspetti ed episodi sarebbe stato doveroso, nel momento in cui si parlava del “rischio” antisemitismo, laddove esso è già un fatto in atto (e che non ha atteso l’ultima guerra a Gaza, basti pensare al rapimento, tortura e uccisione di Ilan Halimi, alla strage alla scuola ebraica di Tolosa, per non menzionare la strage al supermercato kasher, le anziane donne scaraventate dalla finestra da vicini mussulmani...). 

Soprattutto, menzionare tali episodi, che provano della violenza antisemita in atto (non potenziale) e alimentata dalla demonizzazione di Israele, sarebbe stato necessario a seguito delle parole del professor Montanari il quale non ha ritenuto necessario doversi esprimere, contestualmente alla discussione sulla piattaforma della manifestazione indetta dalla sinistra per Gaza, sull’antisemitismo, respingendo ogni associazione tra questi due termini come una “strumentalizzazione”.   

Lo stesso docente, come in tutte le numerose occasione in cui ha, legittimamente, diritto di parola, non ha remore a parlare di genocidio per qualificare la guerra contro Hamas a Gaza, senza esprimere alcuna riserva critica, come ci si aspetterebbe da un docente ‒ tale da accostare alla sua condanna della situazione umanitaria a Gaza, degli strumenti critici volti a comprendere l’effettiva situazione, a partire dalla presenza di un gruppo armato che persevera nella guerra, a discapito della propria popolazione civile ‒ e senza che vi sia, il più delle volte, un interlocutore in grado di fornire un’altra lettura dei fatti.

Proprio questa presentazione univoca del conflitto e della situazione umanitaria a Gaza (delle sue cause e gestione) contribuisce alla demonizzazione di Israele, dove la legittima critica alla guerra diviene presupposto per indicare in Israele, e in chiunque vi sia associabile il nuovo male da sradicare.

Per prevenire non il “rischio” ma l’effettivo antisemitismo in atto - o, se si vuole, l’antisionismo che si esprime nella legittimazione a colpire ogni persona o ente associabile al “sionismo” ‒ è quantomeno necessario che lo spazio dedicato a chi qualifica la situazione a Gaza come “genocidio” sia pari a quello lasciato a chi, con differenti vedute, può argomentare contro tale qualificazione. 

Tale spazio non sembra venir concesso, da tempo.

Si parla di “rischio” antisemitismo ‒ quando esso è già in atto ‒ ma, finché non vi sarà un’informazione mediata e plurale sul conflitto, e non solo una cassa di risonanza alla demonizzazione unilaterale di Israele, non si farà che collaborare alla sua diffusione.


di Cosimo Nicolini Coen