giovedì 19 febbraio 2026
Quando la politica vale quanto una sentenza
Michele Emiliano, l’uomo che ha trasformato la Puglia in un palcoscenico permanente, sta tentando l’ultimo, incredibile numero di prestigio: dimostrare che ventidue anni passati tra comizi, giunte regionali e tessere di partito equivalgano a ventidue anni passati a scrivere sentenze in un tribunale. L’ex governatore ha bussato alle porte del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) chiedendo non solo il reintegro, ma un avanzamento di carriera ed economico (la cosiddetta “settima valutazione di professionalità”) come se il tempo trascorso fuori dalle aule di giustizia fosse un lungo, faticoso tirocinio giuridico.
LA METAMORFOSI DELLO STIPENDIO
La posta in gioco non è solo simbolica, ma sonante: passare dalla quarta alla settima professionalità significherebbe, per Emiliano, vedere il proprio stipendio da magistrato schizzare da circa 3.500 euro a oltre 7.000 euro netti al mese. Il ragionamento alla base della richiesta appare, a voler essere generosi, creativo: l’attività di governo e la gestione amministrativa di una Regione dovrebbero essere valutate come esercizio di funzioni giudiziarie. Un precedente che, se accettato, trasformerebbe ufficialmente la magistratura in un “paracadute dorato” per politici a fine mandato.
IL NUOVO RUOLO: CONSULENTE DEL “DELFINO”
Mentre il Csm sfoglia le carte della sua carriera “congelata” dal 2003, spunta un’altra questione: la richiesta di parere per consentire a Emiliano di diventare consulente giuridico del suo successore, Antonio Decaro. L’ipotesi è un incarico di “studio e ricerca” da 130.000 euro l’anno oppure restare "fuori ruolo" per servire chi lo ha appena sostituito. Qui la questione di opportunità si fa incandescente. La riforma Cartabia è stata chiara nel voler limitare le “porte girevoli” tra magistratura e politica, cercando di evitare che i giudici diventino terminali tecnici di una fazione politica. Vedere un magistrato che chiede scatti di anzianità per meriti politici e, contemporaneamente, cerca di restare nell’orbita del potere regionale come consulente, offre un’immagine di “onnipresenza” che poco si sposa con il profilo di terzietà richiesto a una toga.
LA NORMATIVA E IL MURO DELLA REALTÀ
Il Csm si trova davanti a un bivio identitario. Se riconoscesse gli scatti economici a Emiliano, ammetterebbe implicitamente che fare il Presidente di Regione è equivalente a fare il Giudice. Tuttavia, le norme vigenti e i recenti orientamenti post-riforma tendono a penalizzare, o almeno a non premiare, chi abbandona la toga per decenni. “Il magistrato deve non solo essere, ma anche apparire indipendente”. Questa massima sembra sbiadire davanti alla parabola di chi vuole tornare a indossare l’ermellino con i gradi (e il portafoglio) guadagnati sul campo di battaglia elettorale.
IN SINTESI: I TRE PILASTRI DEL CASO

Michele Emiliano riuscirà a convincere i colleghi che l’esperienza in giunta vale quanto un processo di Cassazione? Il verdetto del Csm non sarà solo una decisione burocratica, ma un messaggio politico sul futuro della magistratura italiana.
COSA DICE LA NORMA DELLA RIFORMA CARTABIA?
Entriamo nel cuore della riforma Cartabia (D.lgs. 160/2006, come modificato nel 2022), che è stata scritta quasi “su misura” per chiudere quelle porte girevoli che casi come quello di Emiliano hanno contribuito a rendere celebri. Se prima le regole erano fumose, oggi il magistrato che rientra dalla politica si trova davanti a un percorso a ostacoli fatto di paletti rigidi. Ecco cosa prevede la normativa per chi, come Emiliano, ha ricoperto cariche elettive apicali:
1) Il divieto di esercitare funzioni giurisdizionali
Il punto più critico è il divieto assoluto di tornare a fare il giudice o il pubblico ministero “sul campo”. Chi ha ricoperto cariche come presidente di Regione, parlamentare o sindaco: non può più tornare in tribunale, la riforma stabilisce che i magistrati eletti non possono più svolgere funzioni giurisdizionali ma vengono solitamente ricollocati presso il Ministero della Giustizia o altre amministrazioni centrali (fuori ruolo), oppure in ruoli amministrativi all'interno della magistratura, ma lontano dalle sentenze.
2) Il vincolo territoriale (il “congelamento” locale)
Per evitare che il prestigio politico influenzi la giustizia locale, la Cartabia impone un esilio geografico: il magistrato non può essere riassegnato a uffici giudiziari che abbiano competenza sul territorio dove ha svolto il mandato elettorale. Nel caso di Emiliano, questo significa che Puglia e Basilicata (per la competenza della Corte d’Appello di Bari) dovrebbero essere zone off-limits per qualsiasi sua attività istituzionale.
3) La questione degli scatti di anzianità
Qui casca l’asino (e la richiesta di Emiliano). La riforma e le circolari attuative del Csm pongono un principio di effettività: per ottenere le valutazioni di professionalità (e i relativi aumenti), il magistrato deve dimostrare di aver esercitato l’attività giudiziaria con equilibrio, capacità e diligenza. Se un magistrato è rimasto fuori ruolo per 22 anni, manca il “presupposto materiale” per valutarne la professionalità tecnica. La Cartabia mira a impedire che il tempo passato in politica valga come anzianità di servizio giudiziario ai fini economici, sebbene la giurisprudenza precedente fosse più permissiva.
4) Il limite al “fuori ruolo”
Esiste un tetto massimo (generalmente di 10 anni) per il periodo che un magistrato può trascorrere fuori dal ruolo organico della magistratura. Emiliano ha superato ampiamente questo limite. Chiedere di restare ulteriormente “fuori ruolo” come consulente di Decaro si scontra frontalmente con lo spirito della norma, che impone il rientro o, in casi estremi, l’aspettativa senza assegni (ovvero: niente stipendio dallo Stato).
PERCHÉ LA RICHIESTA DI EMILIANO È UNA SFIDA AL CSM?
Se il Csm concedesse la settima valutazione e la consulenza, creerebbe una “deroga vivente” visto che economicamente validerebbe l’idea che la politica sia un ufficio giudiziario distaccato ed eticamente: ignorerebbe il principio di separazione dei poteri che la Cartabia ha cercato faticosamente di restaurare. In breve, la Riforma Cartabia dice a un magistrato che ha fatto politica: “Puoi tornare, ma non sarai più un giudice, non lo farai a casa tua e non verrai premiato per essere stato lontano”.
di Alessandro Cucciolla