martedì 17 febbraio 2026
Cent’anni fa, il 16 febbraio 1926, moriva a Parigi Piero Gobetti. La sua salute era stata pesantemente compromessa dalle aggressioni subite per mano degli squadristi. Aveva solo 25 anni.
Nonostante la giovane età s’impose quale una delle coscienze più lucide e radicali dell’antifascismo italiano, riuscendo a dialogare con alcuni dei maggiori protagonisti della cultura del suo tempo: Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Antonio Gramsci.
Credeva nella forza militante delle idee a patto che esse non venissero usate per sterili contemplazioni. “Le idee − sosteneva − debbono tramutarsi in scelte concrete e in assunzioni di responsabilità”. Si tratta di paradigmi intellettuali che lo accompagneranno sia nella sua ferma opposizione al regime mussoliniano che nella severa interpretazione della storia italiana.
La sua definizione del fascismo come “autobiografia della nazione” rimane una delle più convincenti chiavi di lettura del Ventennio. Il fascismo, per Gobetti, non era una “deviazione della storia”, bensì l’espressione della debolezza strutturale dell’Italia liberale segnata dal conformismo, dal trasformismo e dalla mancanza di educazione alla libertà.
Luigi Einaudi, di cui fu allievo, gli trasmise il valore dell’indipendenza della cultura e come essa potesse anche diventare, in momenti storici particolari, una potente forma di resistenza. Di qui, la sua instancabile attività giornalistica ed editoriale. Fondò e diresse “Energie Nove”, “La Rivoluzione liberale”, “Il Baretti” e una casa editrice con la quale pubblicò oltre cento volumi, fra i quali “Ossi di Seppia” di un poeta all’epoca sconosciuto, Eugenio Montale. Tali riviste divennero subito un punto di riferimento per le menti più attive di quegli anni.
Gaetano Salvemini fu per Gobetti un modello di rigore morale e d’intransigenza democratica. Dallo storico pugliese apprese “l’odio” per ogni compromesso opportunistico insieme a una totale avversione per Giovanni Giolitti e il giolittismo.
Diverso, ma altrettanto intenso, fu il rapporto che ebbe con Benedetto Croce: un legame caratterizzato da un profondo rispetto per la statura filosofica di Croce, ma, al tempo stesso, da un aperto dissenso sul modo d’intendere il liberalismo classico. Per il giovane pensatore torinese, il liberalismo non coincideva con la conservazione dell’esistente, ma con un metodo di lotta permanente in grado di rigenerare la libertà in modo continuo.
Con Antonio Gramsci intrattenne uno dei dialoghi più originali del Primo dopoguerra. Nella Torino dell’Ordine Nuovo e dei consigli di fabbrica, Gobetti vedeva, al di là della dimensione sindacale, l’espressione di una nuova moralità. Ciò che lo colpiva era “l’emergere di una soggettività nuova in grado di affermarsi sotto forma di responsabilità e disciplina”. Si trattava di qualità di cui più volte egli lamentò la latitanza nella tradizione politica italiana. Rimase sempre estraneo al marxismo, ma riconobbe (con grande onestà intellettuale) in Antonio Gramsci un interlocutore capace di dare voce a un’Italia fino ad allora esclusa dalla storia nazionale.
Il modo più coerente per ricordare Piero Gobetti, a cent’anni dalla scomparsa, è quello di non dimenticare il suo principale insegnamento, ovvero che la libertà non è mai garantita una volta per tutte e che essa va riconquistata ogni giorno con tenacia e capacità critica.
di Francesco Carella