La gaffe “cartina tornasole” di Gratteri: indagati e imputati non sono colpevoli

lunedì 16 febbraio 2026


Conoscendo quanto il personaggio sia schietto e perfino passionale, le parole usate dal Procuratore di Napoli Gratteri, per criticare chi voterà a favore della riforma governativa nel prossimo referendum, non mi sorprendono oltremodo.

Egli, come è noto, ha dichiarato che mentre chi voterà contro la riforma è una persona per bene, al contrario, chi voterà a favore mostrerà di appartenere alla massoneria deviata, al novero degli indagati, degli imputati e a quei centri di potere che non avrebbero vita facile con una magistratura efficiente.

Ebbene, nonostante le parole usate siano gravemente offensive verso milioni di elettori italiani – e non solo della maggioranza di governo, perché è noto che anche nell’ambito della sinistra parecchi voti saranno a favore della riforma – esse non dovrebbero suscitare particolare sorpresa.

Per due ragioni. La prima sta nel considerare che gli esponenti della sinistra, indipendentemente dalla loro iscrizione o non iscrizione ad un partito (e immagino Gratteri non sia per nulla iscritto) soffrono di un male endemico ed antico dal quale non riescono a liberarsi: quello di ritenersi appartenenti tutti e di diritto ad una categoria di esseri umani moralmente superiori a chi non ne condivida le idee progressiste, mentre costoro sarebbero solo dei poveracci nel migliore dei casi ignoranti, nel peggiore dei collusi.

La seconda ragione sta invece nel notare come, a circa un mese dal referendum, coloro che si oppongono alla riforma siano tanto preoccupati della probabile vittoria di coloro che invece le sono favorevoli, dal cedere senza neppure rendersene conto a contumelie e insulti di vario tipo, destinati non a contestare il merito delle questioni, ma a delegittimare chi la pensi in modo diverso.

Tuttavia, va rilevato un aspetto che, seppur passato sotto silenzio dai mezzi di comunicazione, merita la massima attenzione, perché denuncia implicitamente una mentalità, un modo di vedere le cose che da sé solo giustifica in modo inoppugnabile la necessità della riforma.      

Alludo al fatto strabiliante secondo cui Gratteri colloca gli indagati e gli imputati insieme alla massoneria deviata ed ai poteri illegali, i quali tutti voterebbero a favore della riforma per difendere il loro interesse che si presume pravo e perverso.

Basterebbe questa goffa scivolata a spiegare bene perché la riforma sia così urgente. Infatti, a Gratteri non passa minimamente per la testa che una persona soltanto indagata o anche imputata è istituzionalmente da presumere innocente fino ad una eventuale sentenza definitiva di condanna e che perciò affermare che costoro vanno assimilati a dei malfattori già conclamati, prima che una falsità costituzionale è una sesquipedale sciocchezza.

Tuttavia, questa sciocchezza fa comprendere meglio di ogni altro discorso come stanno le cose.

Le cose stanno purtroppo in modo pericoloso, se uno che non è certo l’ultimo arrivato – Gratteri – ammette pubblicamente di considerare indagati e imputati alla stregua di persone di cui sia già stata accertata la responsabilità, come fossero stati già condannati in modo definitivo.

Ecco allora perché si impone come rimedio necessario la più assoluta separazione organizzativa e strutturale fra pubblici ministeri e giudici.

Non perché chi voti a favore della riforma viene insolentito da un Procuratore della Repubblica, ma perché è in sommo grado allarmante che costui confessi in modo aperto che per lui ogni persona sottoposta ad un processo è comunque già un condannato, tanto da annoverarlo nelle schiere dei malfattori pubblici prima di ogni decisione del giudice.

Questo modo di pensare offende peraltro non solo indagati e imputati, ma anche i giudici, il cui lavoro e il cui impegno vengono considerati in definitiva superflui.

Ecco uno dei motivi – e non il solo – in virtù del quale chi giudica non ha nulla da spartire con chi accusa: infatti, il pubblico ministero può permettersi – perché offende solo l’onore delle persone – deragliamenti istituzionali del genere; il giudice no, perché ne lederebbe il bene sommo: la libertà personale.  


di Vincenzo Vitale