La disvelata mediocrità dei politici europei e la rivalutazione di quelli italiani

venerdì 13 febbraio 2026


Keir Starmer è quello che dimostra ogni giorno. Emmanuel Macron è quello che è, anche se lo nascondeva abilmente dietro una grandeur in sedicesimo. Friedrich Merz ha capito che deve adeguarsi alla corrente che soffia dall’Atlantico e crea un vortice abbastanza vincente in Italia. Altre comparse europee come Ursula von der Layen non capiscono, e forse non hanno mai capito, cosa accade intorno al loro mondo fatato ma hanno una capacità di adeguarsi da sindrome di sopravvivenza più lamarckiana che darwiniana.

All’osso, tutti i politici di questa Europa hanno dimostrato la loro mediocrità. E dissipato in pochi anni ogni ricordo di statisti precedenti, da Adenauer e De Gasperi in giù. Per lo stupore della nostra inveterata esterofilia all’italiana. Che tende all’autoflagellazione e alla mitizzazione dell’altro da sé. Specie se sito in altri Paesi.

Constatare che un politico come Giorgia Meloni, venuta dalla gavetta post-missina, cioè in pratica dal nulla (come una Rockfeller della politica), sia letteralmente inseguita e imitata – certo a modo loro – dal premier tedesco e da quello francese fa girare la testa e perdere il senso di orientamento politico. Andato per decenni con il pilota automatico.

Adesso comunque sia ci sta questa nuova realtà. Che fa morire di invidia in patria non solo nella parte sinistra – e sinistrata – della politica italiana, ma un po’ lungo quel porto sicuro che fu per tutto il dopoguerra “l’arco costituzionale”. Arco da cui gli antenati e i contemporanei della Giorgia nazionale furono sempre esclusi. Una persona che si è autodidatticamente imparata in maniera perfetta le tre più importanti lingue europee, che parla e pronuncia e capisce come una madre lingua (e che non provoca vignette e caricature da Maurizio Crozza come l’inglese di precedenti premier italici), è plausibile che possa prima o poi compiere analoghe imprese anche con la politica. Un assaggio già lo si vede adesso, sempre che non si volga ideologicamente la testa da un’altra parte.

In Italia un motivo per votare a sinistra (specie dopo le ultime performance antisemite contro Israele incoraggiate a piene mani dai leader del campo largo, mediante strizzata d’occhio ai pro-Pal, e dopo i contorcimenti e i distinguo nel condannare la violenza politica di piazza) non esiste.

Quindi la variante di quello che una volta era “turarsi il naso e votare Dc” diventa “aprire gli occhi e votare per la ragionevole e pragmatica convenienza economica ed esistenziale attuale”.


di Dimitri Buffa