Dario Antiseri, un liberale senza slogan

giovedì 12 febbraio 2026


Si può dire con un pizzico di orgoglio che chi scrive lo ha conosciuto. Tra i banchi di un tempo ormai passato. È un professore che insinua il dubbio e la scoperta della filosofia della scienza, quando sei poco più che un adolescente. Dario Antiseri se n’è andato in silenzio, come fanno i maestri veri. Quelli che non cercano l’applauso, ma lasciano appunti sul banco, libri sottolineati, frasi che ti tornano addosso quando il mondo ricomincia a promettere il paradiso in terra.

Antiseri ha passato la vita dietro una cattedra. Ma, soprattutto, era un uomo che ha passato la vita a spiegare una cosa semplice e pericolosa: la libertà non è un’idea generosa, è un metodo severo. Non consola, non salva, non redime. Limita. Controlla. Diffida. E proprio per questo funziona. Allievo di Karl Popper, ha scelto il maestro meno spendibile nell’Italia delle certezze ideologiche. Quando dire Marx era obbligatorio, lui diceva Popper. Quando la storia aveva un destino scritto, lui parlava di errori, tentativi, confutazioni. Quando la sinistra si scaldava attorno ai profeti, lui stava dalla parte degli scettici.

Per anni La società aperta e i suoi nemici è stato un libro proibito. Non censurato, peggio: ignorato. Antiseri raccontava di uno scatolone pieno di rifiuti editoriali. “No” gentili, “no” imbarazzati, “no” pieni di subordinate. Nessuno aveva il coraggio di dire la verità: quel libro non piaceva al partito. E il partito non era solo il Pci. Era il clima, l’aria che si respirava, il conformismo degli intelligenti. Popper aveva osato troppo. Aveva messo sotto accusa Platone, Hegel, Marx. Aveva detto che l’idea di una storia con un destino inevitabile è il primo passo verso il totalitarismo. Aveva spiegato che chi possiede la verità finisce sempre per chiedere il silenzio degli altri. Lui lo ripeteva con ostinazione come si fa con le cose essenziali.

Nelle aule universitarie parlava di falsificazionismo, ma non come di una formula astratta. Lo traduceva in vita quotidiana: nessuna teoria è sacra, nessun potere è innocente, nessuna idea è autorizzata a sottrarsi al controllo. Era una lezione politica, morale, quasi esistenziale. E dava fastidio. Antiseri raccontava anche la favola delle api di Mandeville, quella dell’alveare ricco che decide di diventare virtuoso e finisce povero. La usava per spiegare che i paradisi costruiti in terra producono macerie. Vizi privati, pubbliche virtù: cioè che il capitalismo non è buono, ma non è un’utopia. E proprio per questo è compatibile con la libertà. Per Antiseri il mercato non promette la redenzione, ma segnala gli errori. Come la febbre: non è la malattia, è il sintomo.

Era un liberale senza slogan. Un cattolico senza moralismi. Un filosofo che non amava le chiese ideologiche. Diffidava del pauperismo, delle rivoluzioni morali, delle anime belle che dividono il mondo in giusti e colpevoli. Citava Popper come si cita un avvertimento: quando una teoria ti sembra l’unica possibile, è segno che non hai capito né la teoria né il problema. Negli ultimi anni Popper è diventato improvvisamente di moda. Tutti lo citano per colpire i “fascisti” da sinistra. Antiseri avrebbe annuito, forse con un mezzo sorriso. Ma avrebbe aggiunto che Popper serve soprattutto contro i nuovi dogmi, le nuove verità obbligatorie, i nuovi conformismi che parlano il linguaggio giusto e si credono dalla parte giusta della storia.

Il prof ha passato la vita a difendere una libertà imperfetta, scomoda, poco spettacolare. Una libertà che non promette salvezza, ma evita la dannazione. Oggi che non c’è più, resta la sua lezione più dura: la società aperta non è mai al sicuro. E ha sempre bisogno di qualcuno disposto a difenderla, anche quando non conviene. Anche quando i muri tra fazioni escludono l’orizzonte.


di Michele Di Lollo