Perché Sì alla riforma della giustizia: il sorteggio

martedì 27 gennaio 2026


Se c’è un risultato mediatico ottenuto dalla propaganda dei sostenitori del “No” al referendum è quello di aver impegnato i sostenitori del “” a smentire le loro colossali mistificazioni piuttosto che concentrarsi sull’informare in merito ai vantaggi della riforma della giustizia. Chi vi scrive è caduto parimenti nel tranello, tanto da aver dedicato già due pezzi a smontare alcune argomentazioni contro la riforma. Con l’avvicinarsi della data del voto, dopo aver sgomberato il campo dalle fake news, è il tempo di concentrarsi esclusivamente sullo spiegare perché la riforma consegna ai cittadini un assetto dell’ordinamento giudiziario migliore rispetto all’attuale. Il punto è esattamente questo. La riforma non sarà perfetta, ammesso che un testo perfetto sia realizzabile, ma rappresenta un netto progresso rispetto allo status quo. Inoltre, è importante fare una considerazione: quella di marzo si prospetta come un’opportunità irripetibile di riformare la giustizia. È bene aver presente che l’alternativa sulla scheda tra qualche mese non sarà tra questa riforma e una sua versione migliorata, ma tra questa riforma e non riformare nulla per chissà quanto tempo, il verificarsi delle condizioni politiche attuali appare difficilmente replicabili.

In tal senso, pare opportuno iniziare questa analisi proprio dalle ragioni del sorteggio, definito tempo fa, da un noto procuratore del fronte del No, “la madre di tutte le riforme”. Non si entrerà nel merito delle passate opinioni del suddetto procuratore, visto che la via scelta da costui per fronteggiare il dibattito è quella legale (ha denunciato Fratelli d’Italia per aver riportato sue vecchie dichiarazioni in merito al sorteggio). Ad ogni modo, secondo molti, il fervore con cui in diversi (Anm in testa) si sono scagliati contro il sorteggio sarebbe il sintomo dell’incisività della riforma.

Si proceda con ordine. Il testo della modifica costituzionale prevede un sorteggio per i componenti dei due Csm e dell’Alta Corte. Si tralascerà per il momento la polemica relativa all’effettivo funzionamento del sorteggio. Per un liberale il concetto di sorteggio potrebbe apparire poco digeribile, nell’idea liberale di concorrenza, anche quella elettorale è una forma di competizione che premia il merito. L’equivoco, però, qui giace. Non è necessario dover ricorrere all’ottimamente esposto concetto di “demarchia”, disegnato dal – più che – liberale Friedrich August von Hayek per rendere appetibile il concetto, perché non è di questo che si parla. Il grande equivoco sta nel fatto di considerare il Csm come un organo politico-rappresentativo per il quale è necessario trovare il miglior sistema elettorale. Il Csm è un organo di alta amministrazione, è chiaro analizzandone le competenze costituzionalmente garantitegli: si occupa di promozioni, trasferimenti, valutazioni, disciplinare (non più dopo la riforma), mansioni tutte squisitamente amministrative.

Poco importa se negli anni, specialmente recentemente, esso si sia avventurato ben oltre le sue competenze, emanando discutibili circolari volte a snaturare il volere del legislatore (vedasi quanto successo col fascicolo di valutazione del magistrato). Il Csm non è il parlamento delle toghe, e in quanto tale non è scritto da nessuna parte che debba essere garantita una rappresentatività politica alle sue legittime differenti culture giuridiche. Nella Costituzione e durante il dibattito in Assemblea costituente non si è mai menzionata l’Anm e il ruolo d’influenza che oggi ha sul Csm, né le correnti in nessuna forma. Il sorteggio è dunque perfettamente compatibile con la natura costituzionale del Csm. Anzi, ancor di più, ovvia ad una sua stortura logica consolidatasi nel tempo. Nel meccanismo di elezione del Csm è in essere un cortocircuito tra corpo eletto ed elettori, in quanto il corpo eletto sarà eletto per emettere dei provvedimenti che saranno potenzialmente individualmente indirizzati al proprio elettore, in un palese conflitto di interessi. Quando eleggiamo i nostri rappresentanti in parlamento, sicuramente sono in gioco i nostri interessi personali ed è ovvio che voteremo in base a quelli, ma il parlamentare scriverà e voterà leggi, nella maggioranza dei casi, generiche e rivolte a tutti, non provvedimenti individuali. Molti – tra cui il sottoscritto – hanno inizialmente venduto il sorteggio del Csm come una pillola amara, la chemioterapia spiacevolmente necessaria per curare la malattia del correntismo. Eppure, raccontarla in questo modo è riduttivo, il sorteggio è una legittima alternativa per regolare la costituzione di un organo di alta amministrazione. Non a caso, un ente che non si cita mai parlando di usi del sorteggio nell’ordinamento italiano è quello riservato ai revisori degli enti locali, non paragonabile al Csm come rilevanza, ma sì come necessità di indipendenza da logiche politiche.

In secondo luogo, la degenerazione del correntismo entra nella discussione non per giustificare il ricorso alla misura del sorteggio, bensì per identificare i benefici che porterà all’ordinamento giudiziario nella sua interezza. Come se non lo si fosse accennato abbastanza nei precedenti articoli, è bene premettere che non c’è nulla di per sé malsano nelle correnti come tali, il problema sta nella loro completa degenerazione a centri di potere politico. Che esistano delle diverse sensibilità tra magistrati sulla diversa sensibilità giuridica da abbracciare è nello stato delle cose, ciò che non è accettabile è che suddette sensibilità si trasformino in pretese politiche, non solo di politica giudiziaria, ma di politica nel senso peggiore del termine. Si invitano i cortesi lettori, al fine di provare quanto scritto, a fare un giro sulla pagina Facebook della principale e più partecipata corrente dell’Anm: Magistratura Democratica. Il lettore razionale si aspetterebbe di trovarci – legittimamente – contenuti afferenti a temi giuridici più progressisti e commenti di personalità del mondo giuridico afferenti al pensiero più di sinistra, magari Gustavo Zagrebelsky o Luigi Ferrajoli. Ci troverà, invece, accanto a questi, innumerevoli attacchi al Governo e post di dichiarazioni dei notissimi giuristi Elly Schlein, Giuseppe Conte, Pier Luigi Bersani, persino Rosy Bindi.

A onor del vero, la situazione non è per nulla diversa nelle correnti di centro o di destra. Sta sotto gli occhi di tutti che ci sia un’oggettiva degenerazione dell’azione delle correnti. Citare il caso Palamara, in questa direzione, fa probabilmente più danni alla causa che altro, poiché si corra il rischio di far pensare che si tratti di una situazione episodica regolata con l’epurazione di Palamara e degli altri protagonisti della cena dell’Hotel Champagne dalla magistratura. Per i meno avvezzi allo scandalo Palamara, un passo indietro è necessario, ma resta consigliata la lettura dei due libri di Alessandro Sallusti in cui lo intervista – un terzo è in uscita – ma anche il libro di Alessandro Barbano, La Gogna, che offre una lettura alternativa della vicenda.

Interpretazioni a parte, quel che è agli atti è che la sera dell’8 maggio 2019, l’allora presidente dell’Anm, due parlamentari della repubblica e cinque consiglieri togati del Csm si incontravano in un hotel romano per decidere del voto per il futuro procuratore della Repubblica di Roma – che si dice valere quanto tre ministeri in quanto a peso in termini di potere. Le valutazioni fatte in sede di nomina avevano poco a che fare col merito e molto con l’appartenenza del nuovo procuratore a logiche correntizie ed annesse prospettive di obbedienza. Sono agli atti – tra l’altro carpite illegalmente – decine, centinaia, migliaia di altre chat che dimostrano come Luca Palamara gestisse tutte le nomine con lo stesso identico sistema. I correttivi con cui si reagì allo scandalo, internamente ed esternamente non possono essere considerati efficaci: il Csm non fu sciolto, ma si limitò a radiare i cinque colti in flagrante, la politica partorì la tanto citata riforma Cartabia. Intanto, coloro che oggi sproloquiano sul fatto che la Cartabia sia già intervenuta per risolvere i problemi su cui oggi si legifera, ai tempi della Cartabia già gridavano allo scandalo, il che fa capire molto cose. Inoltre, gli effetti della Cartabia, come previsto già ai tempi di una riforma fatta da un governo che – a differenza di oggi – aveva scarsa agibilità politica, sono stati insufficienti almeno per ciò che concerne il Csm.

Eppure, proprio la riforma Cartabia fornisce la chiave di lettura per decretare l’ineluttabilità dell’introduzione del sorteggio. La riforma, in funzione per le ultime elezioni del Csm, ne cambiò il sistema elettorale – per l’ottava volta dalla sua entrata in funzione – creando un sistema misto tra maggioritario e proporzionale, abolendo le liste e la raccolta delle firme e prevedendo – già – un sorteggio in assenza di numero minimo di candidati (con questo metodo è stato poi eletto Andrea Mirenda, ispiratore di molte tesi in queste righe, nonché grande sostenitore della riforma).

La riforma si prefiggeva di ridurre l’influenza delle correnti sulle elezione, il risultato? Tra i 20 togati eletti, 19 appartenevano ad una corrente e 18 erano stati eletti per mezzo di esse. Ecco, che si spiega il vero effetto dal sorteggio. All’ultima elezione, nonostante i correttivi, si è evidenziato come le correnti siano le Caronte del Csm. Si sono costruite un ruolo di unico monopolistico traghettatore verso il porto del Csm, è quasi impossibile essere eletti al di fuori di esse. Ha, così, luce un paradosso: l’associazionismo dei lavoratori passa da sacrosanto diritto a inevitabile dovere. Si sta forse insinuando che col sorteggio i magistrati eletti non apparterranno più alle correnti? Assolutamente no, non è questo il punto. Sarà pur possibile che vengano sorteggiati magistrati appartenenti alle correnti, ma anche quei magistrati non dovranno più nulla alle correnti sul piano elettorale, non saranno stati eletti grazie alle correnti. Il sorteggio spezza definitivamente il legame e la dipendenza elettiva sussistente tra eletti e correnti.

Sulla questione del merito, che non si dica che il fronte del Sì si sottrae dal tema. Il sorteggio premia il merito? Sicuramente no. Il merito è già stato premiato in magistratura da un concorso difficilissimo, tra i più selettivi in Italia. I magistrati sono soggetti qualificatissimi, distinguibili solo per funzioni, è questa la rosa tra cui avverrà il sorteggio, non li pescheranno mica tra i passanti (cit. Marco Travaglio). E poi, siamo proprio sicuri che il merito oggi venga premiato? Oltre al fatto che il sistema di cui sopra non sembra esattamente tendere in quella direzione, a controprova ci sono anche i numerosi casi di nomine contestate in cui la scelta è ricaduta sul meno titolato. Anche se fosse, sarebbe curioso capire quale sia oggi il criterio meritocratico sulla base del quale si sceglie se un magistrato sia o meno competente a svolgere le – complessissime – funzioni del Csm. Esiste un corso di specializzazione professionale che prepara i magistrati a fare i consiglieri del Csm? Meritocrazia e Cs, oggi non sono certo due termini che sono andati a braccetto. Basterebbe guardare gli assurdi tassi di valutazione positiva dei magistrati, che tendono al 99 per cento nell’ultimo quinquennio.

Sull’accusa che il sorteggio sia “finto” si è già detto pressoché tutto nei precedenti due articoli. Ciò che rimarrebbe da aggiungere è che si tratta, in ogni caso, di discorsi legati alla fantapolitica, in quanto il funzionamento sostanziale del meccanismo di sorteggio, la sua platea, i requisiti, eventuali quote di genere o anagrafiche, saranno oggetto dei decreti attuativi. C’è un ulteriore punto che scarsamente viene sollevato: non era mica obbligatorio che i membri laici venissero anche loro sorteggiati. Le problematicità intrinseche che necessitano un correttivo sono principalmente quelle dei membri togati, non a caso la legge Cartabia era intervenuta soltanto per cambiare il loro meccanismo di elezioni. Che i membri laici siano frutto di un accordo politico è nello stato delle cose, essendo loro espressione del Parlamento; discorso diverso è per i togati, magistrati in servizio. Non è un caso che anche Magistratura indipendente, la correntedi destra” del Csm – la stessa a cui apparteneva il sottosegretario alla giustizia Alfredo Mantovano, ma anche del presidente dell’Anm, Cesare Parodi – si sia espressa negativamente nei confronti della riforma, preoccupata – guarda un po’ – proprio dal sorteggio. Qualcuno – tra cui il già sostenitore del sorteggio Travaglio – ha proposto di abolire la quota laica del Csm, che va ricordato, oggi è già presente e nella stessa proporzione in cui lo sarebbe post riforma.

Nel farlo, colpiscono nel vivo citando Piero Calamandrei, storico giurista e padre costituente, favorevole ad un Csm di soli togati. A egli si opponeva, in sede di Assemblea costituente, il democristiano Giovanni Leone, che preferiva una composizione a metà tra laici e togati, mentre Palmiro Togliatti era favorevole all’elezione dei magistrati e guardava di cattivo occhio l’autogoverno dei magistrati, che rischiava di generare monarchi senza corona. A chi sbandiera Calamandrei, si consiglia la lettura integrale del verbale dell’Assemblea costituente, ove egli – testualmente – “riconosce che un tale sistema può presentare inconvenienti vari, come quello di fare apparire la Magistratura come avulsa dalla vita dello Stato”, verrebbe da dire che è stato profetico. In aggiunta, è da ricordare come in altri sistemi, ad esempio Spagna e Portogallo, si adotti un Csm composto da laici e togati in una proporzione del 50 e 50 per cento.

Infine, è vero, se la prospettiva comparatistica ci rassicura nel guardare a quasi tutti gli aspetti della riforma come un riassetto molto cauto dell’ordinamento giudiziario, lo stesso non si può dire per il sorteggio. In nessun altro Paese si sorteggiano i componenti del CSM, ciò corrisponde a verità. A chi afferma questo, va risposto che in nessun altro Paese esiste un’associazione di categoria come l’Anm che ha assunto tali livelli di controllo sul Csm e tali connotati corporativi. Ad affermarlo – con vanto – è la stessa Associazione nazionale magistrati, che sbandiera orgogliosa tassi di rappresentatività sovietica al 97 per cento. Ebbene, esiste un paper dal titolo Paesi d’Europa: garanzie di indipendenza dei giudici e associazioni professionali a confronto, rilanciato proprio dalla stessa Anm già nel 2017. In esso, si evince che gli unici Paesi ad avere al contempo un’unica associazione sindacale di giudici e un tasso di rappresentatività in essa superiori al 90 per cento sono soltanto tre in Europa: il Portogallo, dove c’è però un’altra associazione distinta per i pubblici ministeri; l’Islanda, dove si può immaginare che i magistrati siano così pochi che le alternative scarseggino; e l’Italia. Tanto basta per spiegare l’eccezionalità della nostra situazione e, conseguentemente, la necessità del sorteggio.


di Gaetano Gorgone