lunedì 26 gennaio 2026
Benito di Giordano Bruno Guerri, in veste di libro d’arte per i tipi di Rizzoli, riccamente corredato da materiale fotografico, vale la pena di essere letto. L’ottima prosa dell’autore percorre la vita di Benito Mussolini dalle origini del padre, fabbro ferraio socialista romagnolo, attraverso una gioventù massimalista e ferocemente anticlericale, al socialismo ufficiale del direttore de’ L’Avanti; all’interventista, nella Grande Guerra, del Popolo d’Italia, al Duce del Fascismo; a capo del governo di coalizione, con liberali di destra, demosociali e qualche popolare, al dittatore del partito unico. Quando le folle, arringate dal balcone di Palazzo Venezia, ed alcune mosse azzeccate, lo convinsero d’essere infallibile, come si capisce tra le righe, impazzì, come una maionese montata male.
Un lato pregevole del testo è che la vicenda personale è inserita nella realtà sociale dell’Italia dell’epoca, che lo plasmò. In realtà, come mette in luce l’autore, Benito usò il verbo del fabbro ferraio: forgiare. Solo che Lui, caro lei (meglio voi), voleva forgiare gl’italiani, mentre loro influirono su di lui.
Come, nell’urbanistica romana, abbatté case e quartieri per porre in evidenza i resti dell’antica Roma, egli spesso occultò i ricordi del Risorgimento per una retorica Imperiale. Il Duce che ha sempre ragione suggestionò l’imbianchino austro-tedesco. Allorché, però, questi prese il potere si fece suggestionare da lui, fino ad allearvisi ed alle leggi razziali. Qui Giordano Bruno Guerri, nel riferire dell’opposizione di Italo Balbo a queste due misure, non cita un’altra figura emblematica: Ezio Garibaldi. Nipote dell’Eroe dei Due Mondi!
Interventista per atavico sentire antitedesco, socialisteggiante, aderì al movimento di Piazza San Sepolcro con un testo: Fascismo Garibaldino. Eletto alla Camera dei deputati, poi, Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, fu fiero oppositore delle leggi razziali e del patto dell’Asse. Non solo votò contro ma tenne discorsi durissimi, che diffuse ampiamente in quaderni, suscitando una polemica al calor bianco. Questa china portò il Benito alla guerra dalla parte sbagliata, al voto del Gran Consiglio che lo destituì, all’arresto ed alla detenzione sul Gran Sasso; alla liberazione-sequestro da parte tedesca, alla neofascista Repubblica Sociale. A pendere a testa in giù a Piazzale Loreto.
La testa, però, non la perse allora, ma quando si credette infallibile. Fece e disfece l’Impero. Una vignetta di questi giorni ritrae uno, democraticamente eletto ma con una zazzera gialla come maionese impazzita, preso a mano da un infermiere che dice: “Stia calmo, le diamo il Nobel e pure la Groenlandia”.
(*) Benito. Storia di un italiano di Giordano Bruno Guerri, Rizzoli, pagine 349, euro 27,00.
di Riccardo Scarpa