venerdì 23 gennaio 2026
La presidenza Trump non può essere considerata un “progresso senza avventure” né per gli Stati Uniti, né per le Americhe, né per l’Europa, né per il mondo intero. A parte il resto, ha innescato un certo fanatismo da tifoserie. A scorgere nella presidenza Trump, solo il bene o solo il male non può considerarsi un’opinione ragionata, ma piuttosto un pregiudizio. Comunque, anche il pregiudizio filotrumpiano e il pregiudizio antitrumpiano sono parimenti radicati nello shock provocato dal secondo mandato presidenziale.
Consideriamo le due istituzioni fondamentali per la politica italiana: Alleanza atlantica e Unione europea.
La Nato, prima sottoposta alla pressione politica per l’aumento dei contributi economici degli europei, trattati da Trump alla stregua di miserabili e ingrati scrocconi; poi di fatto considerata per niente come un’alleanza tra amici, vista la dichiarata e ossessionata ostile volontà del presidente americano d’impossessarsi, anche con la forza, della più vasta porzione di territorio europeo, sottraendolo alla sovranità di uno Stato membro sia dell’Unione europea, sia dell’Alleanza atlantica; inoltre, sconoscendo di fatto che i nemici, potenziali e attuali, dei Paesi europei debbano configurarsi anche come nemici impliciti, virtuali o reali, della Nato e quindi anche degli Usa, considerando pure l’articolo 5 del trattato; infine, la sconclusionata guerra commerciale scatenata da Trump per mezzo di dazi, tariffe doganali, restrizioni commerciali con l’intenzione malevola di danneggiare l’Europa ed avvantaggiare gli Stati Uniti ottenendo lo scopo opposto di compromettere le economie dell’una e degli altri, anche introducendo nelle relazioni e negli scambi l’insicurezza e l’imprevedibilità, nemiche dell’imprenditoria; la Nato, dunque, per effetto dello shock di Trump e dei fatti concludenti da lui posti in essere, non è più qualificabile come in passato un’alleanza di destino per l’identità di valori ed interessi degli associati, essendo divenuto evidente, tra le altre cose, che la difesa dell’Europa intera non rientra più, non del tutto e in ogni caso, nella sicurezza nazionale dell’America e che l’interesse nazionale strategico dei Paesi dell’Unione Europea diverge, con il rischio concreto di contrapporglisi, dall’interesse nazionale strategico degli Stati Uniti. “Tutti per uno, uno per tutti”, addio!
L’Unione Europea, quindi, risente due volte dei colpi inflitti da Trump: sia come confederazione perciò priva di un Governo con pieni poteri sovranazionali, sia come associazione di Stati che appartengono alla Nato come singoli, non come associati dell’Ue. L’Unione Europea è stata sottoposta a una tale alternanza di docce gelate e bollenti che giace stremata e confusa, indecisa sul daffare. Rispondere ai colpi? Sopportarli? Pazientare? Far buon viso a cattiva sorte? E se lo stato delle cose peggiorasse fino all’insostenibilità? Se si ponesse l’alternativa tra resistere o soccombere? E poi come: tutti assieme o ciascuno per sé? L’Unione Europea rimane sospesa e interdetta, come di fronte ad una fatalità.
Esattamente cent’anni fa, nel 1925, al tempo in cui il fascismo e il comunismo consolidavano regimi presuntamente escatologici, Benedetto Croce scriveva: “L’ombra del pessimismo, come copre di volta in volta la vita dell’individuo, così quella delle società, e timori e paure e disperazioni dell’avvenire sono di tutti i tempi della storia. Ma negli anni che l’Europa sta vivendo, quell’ombra si è fatta più distesa e densa, ed ha prodotto una fosca letteratura che ci descrive sotto specie di realtà filosofica e storica la china per la quale ineluttabilmente scenderemo o l’assetto che ineluttabilmente dovremo subire”. Trentasette anni dopo, l’anno 1962, nella “Allocuzione per l’elezione a presidente dell’Assemblea parlamentare europea” Gaetano Martino pronunciò parole memorabili e profetiche, che sembrano scritte per la temperie politica in cui siamo immersi: “Quale sarà la scelta dell’Europa? Dobbiamo credere che dopo millenni di slancio creativo, che l’hanno resa fucina spirituale dell’umanità e memoria del mondo, l’Europa rifiuti di scegliere il nuovo tempo? Dobbiamo credere che l’Europa, maestra di saggezza, chiuda gli occhi dinanzi alla presente realtà del cosmo politico, in cui solo alle grandi formazioni continentali si offrono le più ampie possibilità di vita e di sviluppo? Noi abbiamo fede nella risposta dell’Europa.”
A tutt’oggi, 2026, la risposta decisiva e definitiva dell’Europa, purtroppo, non è ancora venuta. L’Ue resta in bilico tra federazione e implosione. Lo shock di Trump potrà accelerare la prima come provocare la seconda. L’Europa al tempo di Trump ricorda la lotta della Grecia contro il brutale Filippo di Macedonia. Nella “Prima Filippica” Demostene rimprovera ai greci di combattere come i pugili barbari “che portano le mani dove ricevono il colpo” anziché prevederlo e pararlo, così facendo di Filippo il loro stratega: “Non succede mai che siate stati voi a decidere qualcosa in relazione al conflitto o che abbiate previsto qualcosa prima di apprendere che è già accaduta o sta accadendo. E forse una tale condotta era possibile un tempo. Ma ormai la situazione è ad un punto critico, e non è più possibile.”
Lo shock prodotto da Trump ha trascinato l’Ue, bloccata e incompiuta, al punto critico della sua storia. L’ha messa di fronte alla sua responsabilità esistenziale. “Tutto può accadere”, scriveva Croce, “ma in questo tutto è compreso anche il suo contrario. Il problema è sempre unicamente del sapere e del volere; e non ci sono specifici che tengano il luogo della coscienza intellettiva e morale, o la soccorrano se non si sa soccorrere da sé.” Se il presidente Trump sarà stato un bene o un male per l’Unione Europea dipenderà dagli europei. Sarebbe determinante che sorgessero governanti capaci di condurre Paesi e cittadini riluttanti a federarsi (“E pluribus unum”) negli Stati Uniti d’Europa: chi ci sta, ci sta. O ci salveremo mettendo assieme le nostre forze di “formazione continentale” o periremo per sempre come “formazione continentale”, al modo stesso in cui i greci sconfitti da Filippo a Cheronea persero la libertà e soggiacquero al potere politico assoluto, prima aborrito.
di Pietro Di Muccio de Quattro