venerdì 16 gennaio 2026
Dalle grandi opere annunciate ai cantieri eterni: come l’intervento politico riduce l’urgenza a propaganda e l’attesa a normalità.
C’è un tratto che accomuna molte infrastrutture italiane ed europee di questi anni: non tanto sono sbagliate, sono piuttosto interminabili. Non falliscono sempre in modo clamoroso, restano invece sospese, incomplete, rinviate. Il problema, quindi, non è solo quanto costano, è soprattutto quando – e se – verranno concluse. Nel frattempo, il tempo scorre, inesorabilmente, per tutti tranne ovviamente che per chi decide.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è riacceso attorno a opere considerate “strategiche”, rilanciate come simboli di modernizzazione e ripresa. Commissari straordinari, deroghe procedurali, fondi aggiuntivi sono stati presentati come la chiave per accelerare. Eppure, l’esperienza suggerisce il contrario: più l’intervento si stratifica, più il tempo perde valore. Il cantiere diventa una condizione permanente, non una fase transitoria.
Questo non accade per fatalità né per un difetto culturale astratto. Accade perché l’infrastruttura pubblica, quando è interamente sottratta alla logica della responsabilità diretta, vive in un mondo senza scadenze reali. In tali casi, il ritardo non ricade su chi decide, l’errore non comporta conseguenze dirette e il completamento rapido non produce benefici immediati per chi governa il processo. L’urgenza resta così soltanto una parola.
Si tende a spiegare tutto con la complessità: norme, ricorsi, vincoli ambientali, concertazioni. Eppure, la complessità, di per sé, non spiega l’assenza di correzione. Nei settori in cui le decisioni sono esposte al rischio, la complessità obbliga a scegliere, a rinunciare, a ricalcolare. Diversamente, dove il costo dell’attesa è diffuso e impersonale, la complessità diventa un alibi. Ogni ostacolo giustifica un rinvio, e questo genera nuova burocrazia.
Il cuore del problema sta pertanto nel modo in cui vengono prese le decisioni. I grandi progetti pubblici sono spesso approvati da assemblee che non possiedono le informazioni operative e neppure gli incentivi per valutarne la sostenibilità nel tempo. Il voto sostituisce il giudizio, la procedura prende il posto della responsabilità. Una volta deliberata l’opera, nessuno è davvero interessato a misurare il rapporto tra mezzi impiegati e risultati ottenuti.
Nel dibattito sulla revisione dei piani infrastrutturali e sulla rimodulazione delle risorse affiora sovente un tratto ricorrente: i costi aggiuntivi vengono integrati, i ritardi assorbiti, gli obiettivi ridefiniti nel tempo. La possibilità dell’insuccesso resta sullo sfondo, raramente esplicitata. Si preferisce proseguire, adattare, rinviare. Il progetto continua a esistere, ma la funzione originaria tende lentamente a dissolversi.
Si sostiene spesso che questo sia il prezzo della stabilità: coordinamento centrale, uniformità delle scelte, controllo politico. Una stabilità che, in assenza di meccanismi di verifica immediata, tende però a tradursi in immobilismo. Le risorse restano impegnate senza produrre servizi, il lavoro procede senza giungere a conclusione, la spesa viene sostenuta mentre il beneficio slitta in avanti. Ne deriva una stabilità solo apparente, sotto la quale le inefficienze si accumulano.
Nello scenario così delineato, anche la corruzione assume una forma diversa. Non è necessariamente l’atto illecito eclatante, è in realtà l’adattamento razionale a un sistema senza sanzioni temporali. Se il ritardo non penalizza, diventa conveniente. Se l’allungamento dei tempi non comporta perdita, viene incorporato nelle aspettative. L’eccezione diventa regola, la deroga prassi.
Il costo più grave, però, non compare nei rendiconti ufficiali. È il tempo sottratto alla vita quotidiana: spostamenti che restano lenti, reti che non si connettono, territori che rimangono isolati nonostante gli investimenti. È il tempo delle persone, non quello delle istituzioni. Un tempo che non può essere recuperato con una variante di progetto o con un rifinanziamento.
Un’infrastruttura ha senso solo se riduce distanze, accelera scambi, semplifica relazioni. Quando diventa un fine in sé o la sua esistenza è giustificata dal fatto di essere “in corso”, perde la sua ragion d’essere. Resta l’apparato, rimane il cantiere, si perpetua il linguaggio dell’emergenza permanente.
Uscire da questa spirale non significa negare ogni ruolo pubblico, vuol dire riconoscere che senza responsabilità individuale, possibilità di errore pagato e criteri chiari di successo e fallimento, nessuna opera può funzionare davvero. Il tempo non è una variabile accessoria: è la misura più severa dell’efficacia delle decisioni.
Un Paese che accetta cantieri senza fine accetta implicitamente che il proprio futuro possa attendere. Ma il tempo, a differenza dei fondi, non è rinnovabile. E quando viene speso male, non torna.
di Sandro Scoppa