lunedì 12 gennaio 2026
L’inchiesta di Report sulla “pista nera” e l’ennesima crocifissione del generale Mori: quando il giornalismo d’assalto confonde il sospetto con la sentenza, trasformando un servitore dello Stato nel “burattinaio” di turno.
Di fronte alle immagini trasmesse domenica 4 gennaio su Rai 3, il telespettatore non ha assistito a una semplice inchiesta giornalistica, ma a un vero e proprio rito catartico di demolizione. Al centro del mirino, ancora una volta, lui: il generale Mario Mori. L’accusa lanciata da Sigfrido Ranucci e dalla sua squadra è di quelle che tolgono il fiato: Mori non sarebbe solo un pezzo di storia dell’Arma, ma l’oscuro regista dietro le quinte della Commissione Parlamentare Antimafia, un manipolatore di verità capace di muovere i fili della politica per coprire le presunte trame della “pista nera”.
LA RICOSTRUZIONE DI REPORT: ACCUSE O TEOREMI?
Secondo l’inchiesta, il Generale Mori avrebbe influenzato i lavori parlamentari per deviare l’attenzione dai legami tra eversione nera e criminalità organizzata durante la stagione delle stragi. Report ha scavato tra vecchi faldoni e nuove testimonianze, suggerendo che Mori rappresenti il “filo rosso” (o meglio, nero) che unisce pezzi deviati dello Stato e strategie occulte. Ma qui sorge la prima domanda: è accettabile che il servizio pubblico utilizzi spezzoni di intercettazioni e montaggi serrati per suggerire una colpevolezza che le aule di giustizia, in decenni di processi, non hanno mai sancito in via definitiva con quelle modalità?
CHI SONO GLI ACCUSATORI?
Il castello accusatorio di Report si poggia spesso su figure che sollevano più di un dubbio. Non solo pentiti dal passato torbido, ufficiali dei Carabinieri in pensione, ex agenti con il dente avvelenato e consulenti che hanno fatto della tesi della “trattativa” una missione di vita. È opportuno chiedersi: quanto pesano i fatti e quanto pesa il pregiudizio ideologico? Assistere alla “crocifissione” mediatica di un uomo che ha arrestato Totò Riina, che ha vissuto in prima linea la stagione del terrorismo e della mafia, richiede cautela. Invece, domenica sera, la cautela è stata sacrificata sull’altare dello share.
PERCHÉ DIRE NO ALLA GOGNA MEDIATICA
Il problema non è l’inchiesta in sé — il diritto di cronaca è sacro — ma il metodo. Presentare Mori come il “burattinaio” significa annullare la presunzione di innocenza. In un montaggio di 60 minuti, la difesa viene spesso ridotta a poche battute (peraltro rubate fermando il generale Mori per strada), mentre l’accusa gode di una narrazione epica. Si insinuano dubbi su fatti già passati al vaglio della magistratura, ripescando suggestioni che sanno di “fanta-storia”. Non si può condannare un uomo per la sua capacità di essere stato all’avanguardia dello Stato. Se Mori ha commesso errori, li giudichino i tribunali, non le luci della ribalta televisiva.
CONSIDERAZIONI NECESSARIE: LO STATO CONTRO LO STATO?
È paradossale che proprio la Rai, voce delle istituzioni, si presti a un racconto che delegittima sistematicamente i reparti d’élite che hanno combattuto la mafia nei momenti più bui. Accusare Mori di aver “manovrato” la Commissione Antimafia significa dare degli incompetenti (o dei complici) a tutti i parlamentari che ne fanno parte. Un’accusa che mina la credibilità delle basi democratiche del Paese.
IL RISCHIO DI UN GIORNALISMO "GIUSTIZIALISTA"
L’inchiesta di Report ci lascia con un retrogusto amaro. Se da un lato è doveroso cercare la verità sulle stragi, dall’altro è pericoloso alimentare un clima di perenne sospetto verso chi ha indossato l’uniforme con onore. La storia del generale Mori merita rispetto, non una gogna mediatica costruita ad arte per soddisfare la sete di complotti di una parte di pubblico. Prima di abbassare il pollice verso l’alto o verso il basso, ricordiamoci chi c’era in via d'Amelio e chi c’era a catturare i capi dei capi.
La giustizia non si fa con i montaggi video, ma con le prove. E fino a prova contraria, Mario Mori resta un uomo dello Stato, non un burattinaio dell’ombra.
di Alessandro Cucciolla