venerdì 9 gennaio 2026
Finché la Russia di Putin, come un’immonda belva, ha divorato la Georgia, la Cecenia, la Crimea e altre parti dell’Ucraina, devastandone i territori e sterminandone i civili (tutto questo in vigenza dei 10 Punti, “Il Decalogo”, dell’Atto di Helsinki!), il diritto internazionale non è salito alla ribalta internazionale. Dopo che gli Stati Uniti di Trump hanno prelevato il dittatore del Venezuela dalla camera da letto e lo hanno tradotto in ceppi davanti a un tribunale americano, il diritto internazionale è diventato materia di dibattito da tifoserie.
La discussione sulla natura del “blitzkrieg” trumpiano ha travalicato tutti i limiti delle questioni giuridiche ed è immediatamente scaduta a conflitto politico di fazioni, non solo in generale tra la destra e la sinistra ma anche, in particolare, tra nazionalisti di varia natura e dottrinari della democrazia. Su tutto hanno fatto agio le pulsioni filoamericane e antiamericane, disvelate dalla simpatia o dall’avversione per il dittatore Maduro. La trattazione del principio di diritto è stata volta in cabaret postbellico, come se la sovranità fosse uno spettacolo da riallestire per la nuova platea.
La nascita dello Stato sovrano, con i due caratteri dell’indipendenza verso l’esterno e della potestà di comando all’interno, fu sancita internazionalmente dal Trattato di Westfalia (o Pace di Westfalia) del 1648, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni in Europa e costituì una svolta fondamentale nella storia, perché affermò il principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Stati e dell’intangibilità dei confini: pose cioè la sovranità territoriale a fondamento delle relazioni internazionali moderne. Lo spirito del Trattato di Westfalia è stato violato millanta volte e la Pace di Westfalia non ha chiuso alle guerre per sempre. Violazioni e guerre significano forse la fine del principio di sovranità? Certamente no, come le violenze e gli omicidi non inficiano il Codice penale né lo rendono inutile. Pertanto, ricavare seriamente dal “blitzkrieg” di Trump “la fine del diritto internazionale” sa di fola piuttosto che di diritto. L’eclatante violazione della sovranità venezuelana perpetrata da Trump non è scagionata o legittimata da nessuno dei molteplici pretesti addotti, mentre è ben spiegata dal motivo palese dell’intervento, cioè l’impossessamento di beni dell’aggredito, il petrolio venezuelano nella fattispecie, essendo da sempre l’accrescimento della ricchezza la principale causa delle guerre.
Le capriole giustificazioniste dei filoamericani sono risibili senza far ridere, sebbene in parte comprensibili come tentativi di ridimensionare quello che molti pensano sul presidente americano ma le convenienze e i timori sconsigliano di pronunciare. Sono sempre stato e sono ammiratore degli Stati Uniti, e riconoscente per avermi salvato dalla reazione fascio-nazi-bolscevica e garantito la libertà. Mi sento alleato degli Stati Uniti perché sono amico degli Stati Uniti, non viceversa. Tuttavia, l’alleanza e l’amicizia vengono messe in gioco dalle violazioni, piccole o grandi, della sovranità nazionale, della mia come degli altri, perché il rispetto della sovranità significa fiducia e stare ai patti, e tra amici è una prova di pari dignità. Il diritto internazionale, che presidia la sovranità degli Stati, è basato anche su clausole implicite (affidamento reciproco, pacta sunt servanda, rebus sic stantibus), sulla base delle quali gli Stati costituiscono ed estinguono rapporti volontari di vario genere, politici, economici, culturali. Le clausole sono convenzionali, rispettose della sovranità, perciò antitetiche alle imposizioni per violarla.
La soddisfazione, che ogni uomo libero e liberale (quorum ego) prova per la caduta di un dittatore, non dovrebbe implicare la giustificazione dell’intervento che l’abbia causata, se esso consista nella violazione della sovranità ad opera di uno Stato estero con lo scopo d’appropriarsi delle ricchezze dello Stato del dittatore, la cui rimozione risulti perciò conditio sine qua non anziché vero obiettivo dell’azione.
Come negare che, fuori da eccezionali conflitti esiziali, configuri un ripugnante machiavellismo accettare o, peggio, giustificare sempre la violazione della sovranità “a fin di bene”? L’abbattimento di una dittatura è sicuramente un “bene”. Ma poi chi stabilisce quali e quanti altri “beni” siano tali da condurre ad accettare o giustificare altre violazioni di sovranità, implicanti il reale rischio d’innescare quella catena di guerre e devastazioni che la Pace di Westfalia cercò di scongiurare, seppure invano? Dal 1648 la sovranità ha identificato lo Stato, la sua indipendenza e intangibilità territoriale, ed ha costituito il “bene” assoluto delle relazioni internazionali, incomparabilmente superiore a qualunque motivo pretestato per violarla. Perciò appare sorprendente che molti cosiddetti sovranisti siano stati i più comprensivi nel giudicare l’intervento trumpiano e i più corrivi verso le sue cangianti motivazioni.
Chiunque abbia applaudito il “blitzkrieg” di Trump per i successi conseguiti, dovrà, temo, pentirsi presto per aver scambiato il principio di sovranità con l’arbitrio occasionale. Il presidente americano insiste nel rivendicare persino la Groenlandia, territorio sotto la sovranità dell’alleata Danimarca, asseritamente indispensabile alla sicurezza degli Stati Uniti. Quindi il più potente Stato della Nato violerà la sovranità del piccolo Stato della Nato? Scatterà l’articolo 5 dell’Alleanza? Assisteremo al paradosso? Resta che l’impensabile sta accadendo sotto i nostri occhi.
di Pietro Di Muccio de Quattro