#Albait. L’Io e il 2026

venerdì 9 gennaio 2026


Giorgio Dell’Arti in un reel dice: prima di nascere io non so vedermi come io. Io non esiste. Da dove arriva questa capacità di dire “io”?

La poesia e la realtà dell’infanzia

Sembra una domanda di rito, quasi lirica, introspettiva. E invece è politica. L’io è trascurato. Riteniamo normale dire “io”. Eppure, l’io è una scoperta successiva al “tu”.

Il bambino riconosce prima la mamma poi, attraverso lei, scopre sé stesso.

L’io è una scoperta. La stagione dell’io si sublima nella rivendicazione costante infantile di possesso. Mio, mio, mio è quel che i bimbi improvvisamente dichiarano.

Quando il bimbo vuole gratificare o giocare, offre il “suo” giocattolo alla persona istintivamente amata. Scopre la necessità della cooperazione. La può ottenere in due modi: l’ordine capriccioso o la genuina collaborazione. Nel primo caso, esercita il potere debole della tenerezza che suscita. Il bimbo può imparare a usare l’altrui bontà per governare gli adulti.

L’adolescenza

Quando cresciamo, scopriamo i sentimenti. Anche in adolescenza si può seguire la strada dello sfruttamento dei sentimenti altrui per dominarli. È una fase di sperimentazione. Ricordo mia madre un giorno guardarmi negli occhi e dirmi: a me è capitato. “Claudio, hai avuto questo comportamento per un anno. Ora basta”. Il richiamo di mia madre fu perfetto. Ero stato scoperto. Quando scopriamo che giochiamo tutti la stessa partita e che la speculazione sentimentale conduce alla solitudine, il mondo diventa più semplice. L’io si autocompiace. L’io è autoerotico. Faccio quel che mi piace e mi soddisfa. Ma con l’esperienza, scopro che la vita è bella se anche chi mi sta vicino è felice.

La cooperazione globale

Guardiamo al mondo, ora. Attorno al 1965 abbiamo superato la fase economica di mera sopravvivenza. Da quell’anno, abbiamo conosciuto i benefici della concorrenza economica e la sovrapproduzione a costi calanti. Pochi anni dopo, scoprimmo che guerre come quella del Vietnam erano diventate inutili e stupide. Il caucciù non era più vitale. Arrivò la plastica. Il mondo ha cominciato a maturare. Ha scoperto l’io volontariamente cooperativo globale.

La globalizzazione

Non solo i Paesi ricchi. Tutti sono stati coinvolti. Non tutti però hanno conosciuto la libertà. Però arrivano sempre nuove tecnologie. Trasmissione dati e la robotica renderanno tutto ancora più integrato. È il melting pot globale. L’io che sceglie il meglio, non il necessario, è cittadino del mondo. L’io schizzinoso evolve, se gode di un clima di pace e libera concorrenza. Il commesso dell’albergo della Costiera Amalfitana non conosce l’operaio cinese che ha prodotto i chip necessari per le nuove serrature elettroniche, ma i due cooperano senza saperlo. Nella cooperazione tra i due, la diffusione della ricchezza produce pace. La pace è prima di tutto inintenzionale.

Ordine intenzionale è guerra

Il rischio di tornare ai blocchi e alle sfere d’influenza rigide è grave. La volontà di impossessarsi della ricchezza con la forza, la conseguente necessità di imporre monopoli, chiudere il mondo in sfere di dominio non è razionale. È pretesa. il frazionamento armato tra i popoli produce risentimento, sospetto, chiusura. La premessa per la guerra è l’opposizione alla libera cooperazione umana che chiamiamo globalizzazione. Un mondo che tende spontaneamente alla globalizzazione e alla libera cooperazione umana porta alla pace ed è socialmente, economicamente conveniente.

Un mondo che punta al cosiddetto multipolarismo, con confini tracciati con i cannoni e le minacce, è un mondo povero e pronto alla guerra.

La domanda di Pazzaglia

Un tempo parlavamo delle banalità alla Pazzaglia, macchietta inventata in una trasmissione di Renzo Arbore: desideriamo un mondo che si globalizza spontaneamente, lotta contro i monopoli e le rigidità per diffondere diritti e ricchezza o un mondo multipolare? Vogliamo una nuova Yalta che divide i popoli e prepara guerre o vogliamo la pace?

La cooperazione libera è pace. Il multipolarismo è guerra. 

Diamo retta all’io

Dipende tutto da noi. Se è la pace che vogliamo, se vogliamo assecondare l’io speculativo o maturo, i nostri compiti sono semplici: dare un assetto istituzionale all’Europa federale democratica e liberale, darci una difesa comune capace di togliere qualsiasi pensiero bellicista a individui complessati come Putin. Riportare a ragione il melting pot statunitense. Il business va benissimo, mentre carpire il potere pubblico per portare a casa qualche affare occasionale e favorevole a due o tre americani non vale il rischio della guerra globale permanente.

Chiarire l’alternativa, come direbbe Giorgio Dell’Arti, è un bel modo per scoprire l’io che fa il proprio interesse. Buon 2026. Sappiamo cosa fare.


di Claudio Mec Melchiorre