Servitori dello Stato sotto tiro

sabato 29 novembre 2025


Il paradigma giudiziario Cortese -Mori

La storia recente della lotta alla mafia in Italia è costellata da figure di altissimo profilo, poliziotti e Carabinieri che hanno segnato la caduta di boss sanguinari. Tra questi, spiccano i nomi del questore (poi Prefetto) Renato Cortese, l’uomo che il 11 aprile 2006 mise le manette a Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza, e del generale (poi Prefetto) Mario Mori, l’artefice principale della cattura di Totò Riina il 15 gennaio 1993.

Entrambi sono eroi per lo Stato, ma le loro carriere sono state drammaticamente segnate da lunghe, estenuanti e controverse vicende giudiziarie. Il parallelo tra i due casi non è solo un esercizio retorico, ma solleva interrogativi profondi e leciti sul rapporto tra l’azione in prima linea contro la criminalità organizzata e le successive conseguenze legali, spesso vissute come una vera e propria “crocifissione giudiziaria”.

L’analogia più inquietante è il “cosa non torna” nelle due vicende: il sospetto che l’integrità e l’efficacia dei servitori dello Stato siano state punite o messe in discussione in sede giudiziaria, non per un'effettiva colpevolezza ma per un teorema o un contesto politico-mediatico.

MARIO MORI: IL CASO RIINA E LA PSEUDO TRATTATIVA

Il generale Mario Mori è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari. I due più noti e dibattuti sono:

1) La mancata perquisizione del covo di Riina: Mori, allora comandante del ROS, fu accusato di favoreggiamento per la ritardata perquisizione del covo di Totò Riina dopo la cattura. L’accusa, avanzata per anni da settori della magistratura e dell’informazione, insinuava che il ritardo fosse finalizzato a nascondere documenti compromettenti o proteggere non meglio precisati “terzi”.

Dopo anni di calvario, Mori e il Capitano De Caprio (l’uomo che ammanettò Riina) furono assolti con formula piena (“perché il fatto non costituisce reato” e “il fatto non sussiste”) già in primo grado e l’assoluzione divenne definitiva, dimostrando la correttezza del loro operato, volto a proteggere la rete investigativa e gli uomini sul campo.

2) La pseudo “trattativa Stato-Mafia”: Mori è stato uno degli imputati principali nel processo sulla cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia” degli anni ‘90. L’accusa era di aver favorito Cosa Nostra instaurando un dialogo, seppur a fini informativi. Anche in questo caso, dopo un’assoluzione in Appello, Mori è stato assolto in via definitiva dalla Cassazione (nel 2023), che ha confermato l’insussistenza del reato e l’assenza di dolo nel suo operato. Nonostante le assoluzioni definitive in tutte le accuse più gravi, il fango mediatico e le ripercussioni sulla carriera hanno lasciato un segno indelebile.

RENATO CORTESE: L’EROE DI PROVENZANO NEL “MONDO AL CONTRARIO”

Il caso del Questore Renato Cortese presenta una trama simile per l’assurdità dell’accusa rispetto al curriculum antimafia dell’uomo. Cortese, nel 2013, all’epoca capo della Squadra Mobile di Roma, fu coinvolto nella vicenda della cittadina kazaka Alma Shalabayeva e di sua figlia, espulse dall’Italia con modalità ritenute irregolari. L’accusa non era legata alla lotta alla mafia, ma il reato contestato era l’infamante sequestro di persona.

Il processo è stato un vero e proprio “testacoda”:

Primo Grado: condanna a 5 anni per sequestro di persona e falso. 
Appello: assoluzione con formula piena (“perché il fatto non sussiste”). 
Cassazione: annullamento con rinvio (nuovo processo d’appello).
Appello-bis: nuova Condanna.

La condanna, arrivata dopo un’assoluzione che sembrava aver fatto giustizia, ha distrutto la sua carriera e lo ha rimosso da incarichi operativi di spicco. La sua vicenda è stata definita il “paradigma di un mondo al contrario” dove l’integrità viene punita.

È SOLO UN CASO?

Le domande che emergono sono legittime:

1) Tempismo e rilevanza: è solo una coincidenza che due dei massimi responsabili della cattura dei capi di Cosa Nostra siano stati travolti da inchieste giudiziarie così lunghe, infamanti e, nel caso di Mori, conclusesi con l’assoluzione piena?

2) Il ruolo del metodo: le indagini di Polizia Giudiziaria e Arma dei Carabinieri più efficaci, spesso basate su metodologie complesse e rischiose, sono intrinsecamente più esposte a contestazioni legali che non tengono conto del contesto operativo ad alta pressione?

3) L’effetto “gogna”: al di là dell’esito finale in Cassazione, per entrambi l’esposizione mediatica negativa e l’attesa di anni per un verdetto hanno già costituito una condanna civile e professionale, a prescindere dalla dimostrata estraneità penale.

Il tempo della storia non ha ancora fornito risposte definitive, ma le analogie tra il calvario del generale Mori, conclusosi con l’assoluzione definitiva, e la lunga e complessa vicenda del questore Cortese, lasciano l’amara sensazione che in Italia chi combatte la mafia con maggiore successo sia costretto a pagare un prezzo troppo alto, non per la criminalità che ha combattuto, ma per la giustizia che ha servito. È fondamentale che l’informazione mantenga i riflettori accesi su questi “cacciatori” che, a turno, sembrano essere trasformati in “prede”.

Vi riproponiamo il video in cui l’ex Questore di Palermo Renato Cortese racconta a Massimo Giletti l’arresto di Bernardo Provenzano. Documento rilevante perché offre una prospettiva diretta sul successo investigativo che ha reso noto il Questore Cortese, in forte contrasto con le successive traversie giudiziarie.


di Alessandro Cucciolla