L’emendamento Costa e i mal di pancia corporativi

venerdì 22 dicembre 2023


Dire #iostoconcosta per noi della Fondazione Luigi Einaudi è perfino banale. Qualche riflessione sulla pretesa norma “bavaglio” credo, tuttavia, sia opportuna.

In verità, l’intera questione si potrebbe liquidare in modo tranchant come ha fatto Luca Sofri qualche giorno fa: “Con tutte le leggi bavaglio di cui abbiamo letto negli anni è incredibile che esistano ancora i giornali”. La vicenda ci dice, però, molto di più. Il tanto vituperato emendamento Costa prevede unicamente il divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari fin quando, all’udienza preliminare, un giudice decida cosa tra gli atti processuali potrà essere processualmente utilizzato e, di conseguenza, cosa sarà pubblicabile. La norma, insomma, lungi dall’imbavagliare chicchessia impone un elementare principio di civiltà, ovvero il divieto di esporre un cittadino alla gogna mediatica. Non fosse altro per la banale ragione che i numeri (come d’abitudine resistenti alle fanfaluche) ci dicono che meno della metà delle accuse che vengono portate dall’accusa in aula alla fine si risolve in una condanna. Sì, avete capito bene: in Italia se ti accusano di un reato è statisticamente più probabile che tu sia in qualche modo prosciolto anziché condannato. Eppure, apriti cielo; come ti giri giri è tutto un invocare alla dittatura. Si segnalano, in proposito, in particolare due categorie: giornalisti e magistrati. Orbene, sulla opposizione dei primi non c’è molto da analizzare. Basta assistere alla quotidiana anticamera di molti cronisti giudiziari fuori dalla stanza di questo o quel procuratore per capire come gira il mondo. Al fin della fiera, la corporazione vede messo in pericolo un modo assai poco faticoso per procurarsi le notizie con cui riempire le pagine dei giornali e reagisce come qualsiasi altra corporazione: lamentandosene.

Qualche pensiero in più lo fa venire la reazione dell’altra corporazione, ovvero quella togata, non fosse altro per il potere che ha. Mi limito a tal proposito ad una domanda: ma perché alcuni magistrati, a meno di inconfessate finalità politiche, sono così interessati alla divulgazione anticipata degli atti processuali? Come dice il saggio: ah, saperlo...


di Massimiliano Annetta