I paralipomeni dell’articolo 11 della Carta

venerdì 5 maggio 2023


Ci voleva la “sveglia” del fisico Carlo Rovelli (pur non concordando con l’occasione e i toni scelti) per tornare a parlare della folle rincorsa che abbiamo intrapreso verso la guerra totale. Abbiamo ormai dimenticato la seconda parte dell’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra... come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Significa che, salvo non essere costretti a difendersi da un’aggressione militare contro l’Italia o i partner Nato, non abbiamo né dovere né base giuridica per intervenire in altrui conflitti. E invece siamo coinvolti sempre di più (serve mandare soldati sul campo per essere considerati cobelligeranti?) in quello che è un conflitto tra terzi – anche se la propaganda, a media unificati, continua a raccontare che il popolo aggredito è uguale ai nostri, che stiamo difendendo i valori della democrazia e che, se non partecipiamo, sempre più pesantemente, domani, a essere aggrediti, saranno Polonia o Paesi Baltici. Bene, “la difesa dei valori”, come casus per giustificare la guerra, non rientra né nella Costituzione né nella Carta atlantica. E i 2/3 dell’umanità vivono sotto regimi che i nostri valori non li rispettano neanche da lontano. Facciamo la guerra a tutti? Magari preventiva perché, domani, questi Stati canaglia potrebbero attaccare noi?

E invece no, siamo molto selettivi nelle guerre su cui ci piace prendere posizione: la seconda guerra del Congo, ex Zaire, si è svolta nell’indifferenza quasi totale del pianeta, tra il 1998 e il 2004. I suoi oltre 5 milioni di morti, in gran parte civili massacrati a colpi di machete, non hanno mai guadagnato sdegno o solidarietà della comunità internazionale o gli onori delle prime pagine dei giornali. Si vede che tutti quegli uomini, donne e bambini, barbaramente trucidati, non erano come noi, oppure che, noi i valori e i diritti umani, li tuteliamo a giorni alterni. O, magari, più prosaicamente, secondo convenienza e interessi geopolitici. La seconda parte dell’articolo 11 significa che l’Italia doveva e deve farsi parte attiva per promuovere la via diplomatica per conseguire la pace. La guerra poteva essere prevenuta nel 2014 e, ancora fermata a febbraio dell’anno scorso. Se solo avessimo speso un decimo del tempo e dei soldi bruciati nell’alimentare la guerra, dedicandoli, invece, a cercare di fermarla, non saremmo dove siamo oggi.

Fare entrare l’Ucraina nella Nato (una minaccia, più che una promessa, viste le carenze oggettive per la sua adesione) non avrebbe garantito la pace ma, al contrario, ha scatenato la guerra. Gli euro partner, incluso Mario Draghi, nelle rarefatte visite di circostanza a Mosca, tornavano indietro con le istruzioni di come pagare il gas in rubli. Il ruolo di mediazione, invece, lo abbiamo lasciato ad altri due autocrati – mica tanto meglio di Vladimir Putin – come Recep Tayyip Erdoğan e Xi Jinping. E alle futili iniziative di Jorge Mario Bergoglio per promuovere un cessate il fuoco, peraltro, già respinto con sdegno dai belligeranti. Ogni giorno che passa la guerra si fa più cruenta e la via diplomatica più impervia. Ma noi siamo convinti che la carneficina si concluderà con la riconquista di ogni centimetro del Donbas e della Crimea, e con una nuova Norimberga per l’invasore. Nel frattempo, per non farci mancare niente, stiamo mandando le nostre portaerei nello stretto tra Cina e Taiwan, anche se nessuna cornice di alleanze ci richiede di prendere posizione in quel quadrante. Non sia mai che ci perdiamo un’altra opportunità di partecipare a un conflitto. Di quelli giusti, però.


di Raffaello Savarese