martedì 25 ottobre 2022
Negli anni Settanta abbandonai la Sinistra. Scrivevo su l’Unità, Paese Sera, Mondo Nuovo, Critica marxista, anche sul Pensiero nazionale, una rivistina originale perché cercava di coniugare la nazione, la patria con il socialismo. Perché lasciai la Sinistra? Perché in libri dell’epoca ritenevo che l’individuo è un valore assoluto, “privato”, personalissimo (è il titolo di un mio libro: L’assoluto privato), e ne Contro la Ragione, il marxismo tra il sesso e la morte, titolo di un altro mio libro, ritenevo limitate le concezioni di Karl Marx sul “Nulla”, il mistero dell’origine, la morte personale. L’Unità, dove scrivevo, mi giudicò fuori dal marxismo, e io mi considerai fuori dal marxismo.
Sia chiaro, comprendevo e assai più nel tempo, che nella sfera dei processi produttivi l’antitesi dello sviluppo immane degli strumenti di produzione con la riduzione degli occupati dovuti all’automazione avrebbe suscitato una difficoltà non sopprimibile per il sistema produttivo capitalistico, a parte la concentrazione e la potenza mondiale di entità poderose in conflitto. In Marx contro Marx (1983) scrissi di questioni esistenziali e culturali che mi premevano e mi staccarono dal marxismo. Il proletariato non offriva una superiore civiltà! Sarà pur vero che la meccanizzazione automatizzata non avrà soluzione all’interno del sistema capitalistico, come sosteneva Marx, lo vedremo, è “il” problema, ma, ripeto, erano i temi esistenziali, culturali, umanistici che mi prendevano, e né il proletariato, né chi lo reggeva se ne curavano, non vi era alcuna difesa della nostra civiltà, nessuna pretesa qualitativa, a Sinistra.
Che il proletariato avrebbe realizzato le promesse della borghesia, rimaste promesse formali, nominali, come diceva il giovane Marx, dubitavo, che lo facesse il proletariato ormai diventava una fantasia notturna. A proposito, su La critica sociologica di Franco Ferrarotti, fui netto: il proletariato non è alternativo “superamento” della borghesia. Ma questo sconvolgeva l’insieme. Se la borghesia mercificava la società e andava incontro all’antitesi automazione-occupazione, se il proletariato non ideava forme di civiltà non mercificate, che fare? Rifarsi nella civiltà del passato, in un nucleo di persone qualitative, le aristocrazie dello spirito, esigere il valore assoluto dell’individuo assoluto impedendo che prevalga il numero? Ritenni che “a destra” vi fosse più comprensione di tali problemi. E che, da sinistra a destra così facilmente? No! Per chi lo ignora, il marxismo si presentò alla mia generazione in forma umanistica: come attuazione delle promesse borghesi che la borghesia, sostenevano i marxisti, non compiva e rendeva “formali”. A giorni un mio libro, non so fare altro, lo testimonierà.
Mi parve che “a destra” se si nominava uno scrittore greco, latino, un filosofo, un condottiero si suscitava qualche piacere, rispetto, lo scadimento culturale anticulturale della sinistra giungeva alla condiscendenza più terra terra, continuavano a dire: sono argomenti difficili, bisogna rivolgersi al pubblico medio, temi che interessano pochi, insomma “andare incontro”, in basso. Il valore assoluto dell’individuo con tutto ciò che ne consegue, e iniziai a scrivere su Il Tempo, diretto dal comprensivo e liberale Gianni Letta, con redattore culturale un “aristocraticheggiante” Fausto Gianfranceschi. Potevo scrivere di Friedrich Nietzsche, di finitudine dell’uomo, incomprensibilità dell’essere. Scrissi su Prospettive nel mondo, diretta da Gian Paolo Cresci, addirittura un lungo testo sull’avvento dell’uomo tecnologizzato.
Dall’inizio del 1990 anche sul Secolo d’Italia, diretto da Giano Accame, a quel tempo credo che già fosse in trasformazione il Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale. Ritenni che la difesa della cultura classica, nazionale ed europea trovasse più conforto dove ora mi trovavo, la sinistra diventava mondialista, al seguito di una modernità adeguata alla massa e al consumo, credeva questa la modernità, se si accennava alla cultura nazionale, europea, alla nostra civiltà si veniva ritenuti aristocratici (in senso negativo), nella torre d’avorio, suprematisti. Ed io giunsi a scrivere “Europa o Morte”! Sia che sia, questo sentivo e scrissi quel che sentivo: l’eredità del mondo classico e della soggettività!
Una totale libertà: Gianni Letta, Gian Paolo Cresci, Giuseppe Sanzotta, scrivo del passato, sul Tempo; Giano Accame, Maurizio Gasparri, Gennaro Malgieri, Flavia Perina, Luciano Lanna, al Secolo d’Italia, con un redattore culturale, Aldo Di Lello, coadiuvato da Antonella Ambrosioni, il tutto sotto controllo di Gianfranco Fini, libertà e valutazione perenne, insistente della civiltà estetica europea, perché è il connotato fondamentale, noi siamo la civiltà estetica e della rilevanza dell’individuo. Si stava bene in Alleanza nazionale, vi era questo sentimento della nostra civiltà, italiana ed europea, insisto. Non è cosa da sottovalutare, anzi, decisiva. Se si perde l’onore della propria civiltà (e del rapporto con la natura) l’esistenza apre le vie al flusso indifferenziato (quel che avviene).
Conoscere per amare, amare per conoscere! Eravamo giovani, Antonio Tajani, Adolfo Urso, giovanissima Giorgia Meloni, Silvano Moffa, Francesco Storace, Italo Bocchino, Gianni Alemanno, Domenico Fisichella, Gennaro Sangiuliano, Alfredo Matovano, solo qualche nome. Al dunque. La situazione rispetto al passato quando governava il centrodestra, prima del lungo Parlamento senza determinazione elettorale, è, oggi, catastroficamente alterata. La sinistra ha eroso o lasciato erodere presso che tutto e ha tentato o permesso ulteriori rovine: denatalità, immigrazione temporalesca, indifferenziata, sessualità snaturata, alimenti transgenici, mercificazione culturale (un fenomeno generalizzato), nessun sentimento del valore della nostra civiltà e di quella europea, di sue connotazioni specifiche, ci contentiamo di dire siamo europeisti.
Bene: ora il centrodestra è al governo, e trova, a parte le piaghe dell’economia, questa situazione rovinosa. Spetta un compito realmente storico: rifondare l’umanesimo europeo, definire chi è l’Europa, chi vuole essere l’Europa. Come siamo e come ci volgiamo è dissolutivo, in tutto, dalla sessualità, alla alimentazione, alla natalità. Occorre ritemprare l’interesse nazionale, non solo come interesse economico ma come interesse culturale estetico umanistico. Bisogna ridestare il sentimento di appartenenza alla nazione, e all’Europa.
Essere europeisti non è soltanto stare in un’organizzazione giuridica istituzionale, è la civiltà europea, valore dell’individuo, tutela dell’individuo, libertà dell’individuo, rispetto per la disposizione critica dell’individuo, valorizzazione della civiltà estetica, ed il ritorno alla natura salvata da ogni tra travisamento transgenico. Ci sarà moltissimo da fare, in specie se si individua che fare, e si percepisce quel che è avvenuto in questi anni. Uraganarsi di energie, tutto degradato. Credo che il popolo ha compreso! Ma ora è il momento di bere, come gioiva Alceo, e con il piede libero calpestare la terra (Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus, traduceva Orazio). Mio Dio, una frase latina!
di Antonio Saccà