giovedì 11 novembre 2021
Torna a parlare Silvio Berlusconi, che è stato al centro delle vicende politiche degli ultimi giorni, in cui si è smarcato (ancora una volta) dagli alleati, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, sull’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica e sulla possibilità di tornare anticipatamente alle urne nel caso in cui questo dovesse verificarsi, oltre che sulla guida della coalizione.
Intervistato da “Il Giornale”, il Cavaliere dichiara che sul tavolo ci sono due importanti sfide: la ripresa dell’Italia dopo la pandemia e l’elezione del nuovo capo dello Stato. L’Italia è in crescita – spiega Berlusconi – guidata da un Governo di larga coalizione e da forze che, per amore del Paese, hanno deciso di accettare dei compromessi e di offrire il loro contributo. Alla domanda se serva una svolta in senso liberale, il leader di Forza Italia risponde che Mario Draghi sta facendo un lavoro eccellente – a maggior ragione che deve destreggiarsi tra le rivendicazioni di forze politiche molto diverse tra loro – ma è evidente che bisognerebbe puntare maggiormente sul taglio delle tasse e sulle liberalizzazioni per far ripartire il Paese e ricominciare a produrre ricchezza e occupazione. Questo è quello che farebbe un Governo di centrodestra e che verrà fatto quando gli italiani torneranno ad affidare a questa parte politica la guida dell’Italia, dice il leader di Forza Italia.
Per quanto riguarda l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, Berlusconi rimarca la sua opinione differente dagli alleati. Per Matteo Salvini e per Giorgia Meloni, stando alle dichiarazioni degli ultimi giorni, proprio il Cavaliere sarebbe la scelta privilegiata, ma nel caso in cui non ottenesse l’appoggio necessario, entrambi sarebbero disposti a votare l’attuale premier, Mario Draghi, a condizione di tornare immediatamente alle urne. Ebbene, Berlusconi non parla direttamente della sua candidatura, nonostante condivida l’importanza storica di portare al Colle una personalità politica non riconducibile alla sinistra, come è stato negli ultimi vent’anni, ma boccia l’idea di Draghi come presidente della Repubblica. Secondo il leader di Forza Italia, è bene che l’attuale premier rimanga a Palazzo Chigi fino alla scadenza naturale della legislatura (quindi, niente elezioni anticipate), perché interrompere il buon lavoro fatto finora, con il piano di ripresa appena avviato e l’emergenza sanitaria apparentemente domata – grazie soprattutto al successo della campagna di vaccinazione, sottolinea il Cavaliere – sarebbe da irresponsabili. In questo momento l’Italia ha bisogno di tutto, fuorché di mesi di paralisi politica e di un ritorno alla logica dello scontro tra le varie forze in campo.
Per quanto riguarda le alleanze, Berlusconi si dice sicuro che, nonostante le differenze interne alla coalizione, le forze di centrodestra sapranno presentarsi unite alle elezioni del 2023; mentre taglia corto sulle voci che raffigurerebbero una Forza Italia divisa al suo interno e una coalizione litigiosa: non ci sono altre strade percorribili – sostiene l’ex premier – e, del resto, si tratta solo di piccole incomprensioni, che sono normali in una grande comunità umana e che possono benissimo essere risolte attraverso il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco.
Berlusconi ha ragione quando sottolinea i meriti del Governo Draghi, ma difficilmente la ricetta liberale di cui l’Italia ha bisogno, a base di taglio delle tasse e liberalizzazioni, potrebbe essere messa in campo da un Governo a trazione salviniano-meloniana, come quello che immagina e che auspica Berlusconi, in cui Forza Italia sarebbe solo un azionista di minoranza. La Lega salviniana non vuol sentir parlare di ulteriori liberalizzazioni, come ha dimostrato col voto in Consiglio dei ministri sul recentissimo decreto sulla concorrenza, in nome della difesa dei privilegi di determinati settori dalle dinamiche del mercato globale. Allo stesso modo, Fratelli d’Italia sarebbe favorevole al taglio delle tasse, ma solo sul costo del lavoro e non sulle altre spese che le aziende devono sostenere, sui beni immobili o sui redditi da lavoro, quando invece il taglio delle tasse dovrebbe essere generalizzato – giacché ogni tassa ha un effetto distorsivo, proporzionale alla sua entità, sull’andamento economico – e le coperture andrebbero reperite non soltanto coi tagli sul reddito di cittadinanza, ma economizzando sull’intero sistema assistenziale, sempre meno sostenibile, salvo riforme incisive e radicali.
Quanto all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, è noto a tutti che traferirsi al Quirinale è un vecchio sogno nel cassetto del Cavaliere. Sebbene sia difficile che ciò si verifichi, non è da escludere aprioristicamente, se si tiene in considerazione il fatto che la storica ostilità della sinistra nei riguardi di una simile ipotesi sia progressivamente andata a scemare, come attesterebbero le dichiarazioni di molti dirigenti e intellettuali di quell’area politica, da Pier Luigi Bersani a Piero Sansonetti, tanto per citare due nomi di rilievo. In ogni caso, è comunque probabile che il futuro inquilino del Quirinale sarà un altro. Si spera non Mario Draghi, perché nella malaugurata ipotesi in cui ciò avvenisse – stante l'impraticabilità del “semipresidenzialismo di fatto” suggerito nei giorni scorsi da Giancarlo Giorgetti – è verosimile che l’enorme quantità di denaro del Piano nazionale di ripresa e resilienza verrebbe sperperato o usato male, investito in maniera improduttiva. Già solo questo dovrebbe essere una ragione sufficiente per auspicare che Draghi rimanga a Palazzo Chigi non solo fino al 2023, ma anche oltre, se consideriamo che un anno è veramente un tempo breve per realizzare le riforme necessarie affinché gli investimenti risultino essere produttivi.
Un eventuale ritorno anticipato alle urne sarebbe quanto di peggio possa capitare all’Italia, almeno in questo momento: in parte perché nessun altro leader politico possiede l’autorevolezza e la competenza di Mario Draghi, delle quali abbiamo un estremo bisogno in questo particolare momento; e in parte perché, come dice Berlusconi, non è questo il tempo per un ritorno allo scontro tra le forze politiche che, probabilmente, coi soldi del Pnrr in ballo, diventerebbe una gara a chi sprecherebbe meglio questi denari per conquistare il favore dell’elettorato.
Da ultimo, sulle alleanze – come ha scritto Antonio Socci in un suo editoriale su “Libero” – Salvini e la Meloni devono rendersi conto che per governare non bastano i consensi o i numeri in Parlamento: ci vogliono competenza, esperienza, realismo e autorevolezza. Questo per dire che nessuno può improvvisarsi governante e che la leadership si costruisce lentamente, giorno per giorno, attraverso il lavoro e la disciplina, non attraverso i proclami sui social, le promesse impossibili da mantenere, gli slogan e l’andare quotidianamente allo scontro con quell’Unione europea, con la quale è essenziale intrattenere buoni rapporti, se davvero si vuole governare.
A ben vedere, ammettendo che Forza Italia non imploda dopo l’elezione del capo dello Stato, a meno che non si rassegni a fare la stampella dei sovranisti, è molto difficile che il centrodestra possa arrivare al 2023 così come lo conosciamo. È più probabile che una parte dei forzisti finisca per confluire nella Lega (che a sua volta potrebbe dividersi) o in Fratelli d’Italia e che un’altra decida di partecipare alla costruzione di un raggruppamento liberale, assieme ai centristi democristiani, agli ex di Forza Italia, ai calendiani, ai renziani, ai fuoriusciti dal Partito Democratico e, se ci saranno, ai leghisti anti-salviniani.
di Gab.Mino.