Dal G20 di Roma il monito per le sfide globali

mercoledì 3 novembre 2021


Mentre a Roma si svolgeva il vertice conclusivo del G20 guidato dalla presidenza italiana, ai più attenti osservatori non sono sfuggite due notizie: la prima annunciava l’ennesima incursione aerea cinese sullo stretto di Taiwan, e la seconda riportava la conferma da parte del ministro degli Esteri russo Lavrov che dal 1° novembre sarebbe cessato formalmente ogni residuo rapporto di partenariato tra la Russia e la Nato. Il quadro generale delle relazioni internazionali in cui si è svolto il G20 non era comunque il più favorevole da tempo: è stato l’l’anno dell’incauto ritiro americano in Afghanistan e dell’escalation della sfida Usa-Cina sull’indo-pacifico, premesse che non hanno reso facile il lavoro diplomatico del G20 nella ricerca di intese tra le più grandi economie del mondo, e quindi anche tra le “grandi potenze”, con il linguaggio del multilateralismo. Non a caso Putin e Xi Jinping non sono intervenuti personalmente al vertice di Roma (anche se dall’inizio della pandemia i leader non hanno partecipato ad altri incontri internazionali di rilievo) e collegati in videoconferenza non si sono risparmiati nel marcare le differenze rispetto al blocco occidentale.

Nonostante tali premesse, al G20 sono stati compiuti comunque diversi passi avanti sui temi in agenda, le ormai note “sfide globali”: lotta alla pandemia, contrasto ai cambiamenti climatici, rilancio dell’economia e lotta alle diseguaglianze. I Paesi del G20 si sono impegnati a incrementare la produzione e la destinazione dei vaccini in specie per i paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di raggiungere la vaccinazione almeno per il 40 per cento della popolazione mondiale entro il 2021, e il 70 per cento entro giugno del prossimo anno. Rimangono tuttavia perplessità sulla concreta realizzazione di tali obiettivi, se si considera che nei Pvs, specie in Africa, la soglia di vaccinazione è al 3 per cento ed è arrivato appena il 10 per cento del miliardo dei vaccini previsti dal Covax. Sul tema la Russia e la Cina hanno lamentato l’ostruzionismo occidentale ai loro vaccini e Xi Jiping ha insistito sulla proposta della sospensione dei brevetti sui vaccini promossa da India e Sudafrica al Wto, rimasta accantonata dopo un iniziale interesse del G20.

Sul tema delle diseguaglianze globali il G20 ha riproposto misure di aiuto e di ristrutturazione del debito per l’Africa e per i paesi falliti. Un inatteso capitolo è stato dedicato al tema dei migranti, enunciando il principio del riconoscimento dei loro diritti e della piena inclusione, confermando in ogni caso l’impegno comune nella prevenzione dei flussi irregolari e nel contrasto al traffico di migranti. E sul fronte della ripresa, il premier Draghi ha parlato di un nuovo modello di sviluppo economico inclusivo, in cui avrà un peso significativo per le politiche espansive anche l’aumento da parte del Fmi di 609 miliardi di diritti speciali di prelievo dedicati ai paesi più vulnerabili. Ancora sulla sfida alle diseguaglianze il G20 ha sostenuto la scelta promossa da Biden e avallata dal G7 e dall’Ocse sulla Minimum tax, la tassa su un’aliquota minima globale del 15 per cento per le grandi aziende, le multinazionali digitali e farmaceutiche in particolare, che sarà destinata dal 2023 a favore dei Paesi in cui i profitti sono effettivamente realizzati, a prescindere dalle sedi legali. L’adesione del G20 rappresenterà perciò una spinta per gli Stati a tradurre la decisione nei necessari provvedimenti legislativi nazionali.

Ma senza dubbio il tema più critico è stata la sfida sui cambiamenti climatici in vista della Cop 26, la conferenza che si sta svolgendo a Glasgow e si concluderà il 12 novembre per ridiscutere gli accordi di Parigi. Accogliendo le ultime raccomandazioni degli scienziati e le sollecitazioni degli ambientalisti, al G20 di Napoli del luglio scorso il Ministero della transizione ecologica e la diplomazia italiana avevano ricercato un accordo ambizioso per anticipare i tempi degli “obiettivi climatici” di Parigi, ritenuti non più adeguati. Ma nonostante la convergenza di Usa, Europa, Giappone e Canada, l’opposizione è stata netta da parte di India, Cina, Russia, Australia, Arabia Saudita e Brasile, preoccupati per le ricadute economiche nelle restrizioni sull’impiego delle risorse fossili e degli idrocarburi. Il loro argomento più forte, specie per Cina e India, rimane comunque una ferma convinzione che la transizione verde debba assicurare un principio di “equità”, che tenga conto delle emissioni pro capite – per loro nettamente inferiori in relazione al numero di abitantie della circostanza incontrovertibile di essere approdati all’epoca dell’industrializzazione postmoderna solo in tempi recenti rispetto a Stati Uniti ed Europa.

La Cina in particolare vuole comunque l’inizio della transizione verde non prima del 2030 e la carbon neutrality a partire dal 2060, ben dieci anni dopo il Green Deal europeo. Sul punto il G20 di Roma ha dunque dovuto limitarsi solo a qualche aggiustamento degli obiettivi degli accordi di Parigi: si conferma l’obiettivo prioritario di perseguire il limite di 1,5 gradi, senza tuttavia eliminare il riferimento ai 2 gradi, e si toglie anche il riferimento al 2050 per le zero emissioni di gas serra, parlando genericamente di “entro o attorno a metà secolo”, formula che ha comunque consentito di mantenere negli accordi la Cina e la Russia. Un ulteriore impegno tuttavia prevede entro l’anno la fine dei finanziamenti statali alla costruzione di centrali a carbone. E i Grandi si sono anche impegnati a favorire l’assorbimento del carbonio con un vasto piano di rimboschimento globale che prevede mille miliardi di alberi da piantare entro il 2030. Da queste posizioni bisognerà vedere cosa altro sarà possibile negoziare a Glasgow, sperando che le altre intese bilaterali sviluppate a Roma possano portare qualche ulteriore frutto. In proposito un aspetto di rilievo potrebbe riguardare l’interesse di molti paesi ai 100 miliardi di dollari all’anno, al momento fino al 2025 – che in realtà si volevano aumentare – promessi per le nazioni meno ricche che devono sostenere i maggiori costi della conversione verde.

Sullo sfondo dei temi trattati, il premier Draghi ha comunque sostenuto l’importanza del multilateralismo, il metodo costantemente seguito in un anno di impegni che hanno visto 13 riunioni al vertice, oltre 120 gruppi di lavoro, coinvolgimento di scienziati, gruppi giovanili, think thank, società civile. Il multilateralismo “è la migliore risposta ai problemi che vediamo oggi” ha indicato Draghi, chiosando: “ è l’unica risposta possibile, dalla pandemia al clima, alle tassazioni. Dobbiamo superare le nostre differenze e recuperare lo spirito di questo consesso”. Naturalmente, per valutare i risultati del G20 occorrerà attendere gli esiti di Glasgow e verificare in generale quanti degli impegni assunti saranno realizzati concretamente e presto. Lo ha anche sostenuto chiaramente Draghi sottolineando la necessità di “mantenere vivi i sogni e concretizzare gli impegni in fatti concreti: come avete visto, ricordiamoci che è questo che ci chiedono le giovani generazioni”. In definitiva, dal G20 a guida italiana è chiaro il monito che è stato rivolto alla comunità internazionale: il multilateralismo è la sola strada per affrontare le sfide globali. Ma occorre praticarlo più concretamente, non solo a parole, perché è necessario per un’altra sfida: occorre non cadere nella “trappola di Tucidide”, non evocata espressamente in questa occasione, ma ancora incombente nella scelta di grandi e medie potenze di muoversi anche in altri contesti con le logiche dello scontro tra Sparta e Atene. Al futuro G20 andrà richiesto un impegno più esplicito anche su questo fronte.

(*) Membro International Law Association, Associazione Italiana Giuristi Europei


di Maurizio Delli Santi