sabato 28 ottobre 2017
Piccola premessa: a Silvio Berlusconi sta sulle scatole Matteo Salvini e il suo progetto di creare una Lega Nazionale. Ciò soprattutto perché, in un momento di debolezza forzista, un Lega così forte relega Berlusconi a rimorchio e consente a Salvini di dare le carte.
Già in passato, per fare ombra al suo competitor, Berlusconi aveva tentato la mossa di candidare Luca Zaia alla Presidenza del Consiglio anche se quest’ultimo, ovviamente, aveva cortesemente declinato l’investitura. Il “no grazie” era nella natura delle cose per una serie di motivi: perché eravamo ad inizio 2017 e quindi molto lontano dalle elezioni, perché le investiture di Berlusconi durano dall’alba al tramonto (e gli investiti fanno in genere una brutta fine), perché la pace tra correnti e l’unità del partito sono il bene primario, perché Salvini era in un momento di altissimo gradimento, perché era chiaro l’intento di sfaldare il fronte leghista e perché – se il fine era vedere l’effetto che un simile colpo di teatro poteva sortire – l’obiettivo era stato raggiunto indipendentemente dalle repliche del Governatore Veneto. Il ragionamento appena fatto parte dal presupposto che, in quell’occasione, Luca Zaia fosse all’oscuro delle intenzioni del Cavaliere. Ma le sortite degli ultimi giorni creano qualche dubbio sul postulato di buona fede del colonnello leghista.
Che all’indomani del referendum Roberto Maroni segua il modello Emiliano elaborando una proposta in linea con quanto stabilito dall’articolo 116 della Costituzione, proprio nel mentre Luca Zaia invoca a sorpresa lo statuto speciale (onde poi parzialmente ritrattare), ingenera più di un sospetto. E che Berlusconi si sia schierato – unico tra gli altri leder del centrodestra – apertamente a favore del referendum concorrendo alla buona riuscita dello stesso corrobora il dubbio che questa sia la vendetta di Umberto Bossi per interposte persone teso ad azzerare quanto fino ad ora fatto per dare credibilità al nuovo soggetto politico nazionale di Matteo Salvini. D’altronde Bossi e Berlusconi, oltre all’amicizia, hanno anche un comune interesse in tal senso. Chiaro che poi, dal quartier generale della Lega, un Salvini stizzito dica di non saper niente delle (legittime) richieste di Statuto speciale Veneto affermando laconicamente che “chiedere è lecito mentre rispondere è cortesia”.
Chiaro che lo stesso Salvini si senta costretto a tranquillizzare i nuovi leghisti del sud dicendo che “Il nostro è un percorso consapevole e la Lega è sempre più forte. Dalla secessione io ho portato la Lega su una strada diversa e al nostro interno ormai hanno capito tutti che quella scelta è l’unica via possibile”.
Già, perché lo strappo istituzionale di Zaia – che non sarebbe stato possibile senza un risultato accettabile – rallenta il progetto salviniano di esportare la Lega oltre il Po spaventando chi si era avvicinato al progetto sovranista “Noi con Salvini” e dando gioco facile a chi adesso può affermare che la Lega, al netto del finto patriottismo di Salvini, è rimasta quella di Pontida, della secessione e della Padania. Poi sicuramente il malinteso verrà accomodato ma il danno elettorale, piccolo o grande che sia, peserà sugli equilibri interni alla coalizione. Quel tanto che basta a mettere in forse le aspirazioni di leadership di Salvini che si ritroverà un po’ meno forte tra i nordisti indipendentisti e un po’ più debole nel centro-sud nazional-sovranista. Casualità o effetto puramente voluto?
di Vito Massimano