“Il centrodestra deve decidere se vincere, senza Alfano...”

martedì 8 agosto 2017


A novembre ci sarà un nuovo test elettorale, quello delle elezioni regionali siciliane. Un test importante per il centrodestra, se non altro per verificare perimetri, contenuti ma soprattutto la volontà di una coalizione che, giorno dopo giorno, è data come sempre più favorita nella prossime elezioni politiche del 2018.

Molto eloquente è stato l’auspicio di Giorgia Meloni nello sperare “che il centrodestra voglia veramente vincere in Sicilia, come in Italia”. Sì perché a dispetto di sondaggi e sensibilità che si respirano nel Paese, ad oggi ciò che sembra mancare è la reale volontà del centrodestra di tornare ad essere coalizione, proponendosi come guida affidabile e unita per l’Italia. Si discute da lontano, si naviga a vista, si accennano contenuti, e troppo spesso si strizzano gli occhi verso altri lidi. Uno di questi si chiama Angelino Alfano, l’uomo di Letta, Renzi e Gentiloni, “l’utilissimo idiota” che ha fatto da stampella ai governi non eletti targati Pd.

Il problema è che, dalle parti di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alcuni lo rivorrebbero nel centrodestra. E questo già in Sicilia, dove sullo stimatissimo Nello Musumeci, attualmente candidato di Fratelli d’Italia al timone della regione disastrata dal Partito Democratico e da Rosario Crocetta, è vicinissimo a incassare il sostegno di Forza Italia e di Matteo Salvini. Un sostegno che ancora non arriverebbe per alcune resistenze all’interno del partito berlusconiano e proprio perché Alfano, tra le sue condizioni per rientrare nel centrodestra, avrebbe posto il problema del candidato presidente.

Il popolo del centrodestra a dire il vero non ha mai gradito chi, eletto nelle sue fila, lo ha abbandonato per il potere, le coccole della sinistra, la comodità del Palazzo. Accadde a Pier Ferdinando Casini, a Gianfranco Fini e, a maggior ragione, dopo anni di insulti e tradimenti, avviene oggi con Alfano. Perché a voler far entrare tutti, Alfano in primis, è a rischio non solo l’unità, ma anche la credibilità e l’affidabilità di una coalizione che, tra le altre cose, sarebbe oggi maggioranza in Italia senza bisogno dello “zerovirgola” di Alfano e compagnia bella. A volte il risultato finale non è sempre la somma algebrica di due fattori. Se si presume di sapere quanto si prenderà alle urne aggiungendo alle proprie percentuali quelle degli alleati, molto probabilmente si verrà smentiti quando si calcolerà quanto un’alleanza sbagliata toglie in termini percentuali alla coalizione, perché perde di credibilità con quel matrimonio algebrico.

Il popolo del centrodestra è esigente: alle passate elezioni amministrative di Roma, gli elettori della nostra parte politica hanno voluto dare un segnale e punire la litigiosità e la frammentazione, votando la sindaca Raggi. Scelta della quale, a giudicare proprio dagli ultimi sondaggi sulla Capitale, in pochi rifarebbero. Chi vota centrodestra vota soprattutto la coerenza. Il gioco dei due forni, della convenienza, non lo sopporta.

Su questo aveva parlato chiaramente anche Salvini, ma è stata sempre la Meloni - che in settimana ha festeggiato l’arrivo del suo primo senatore, il veronese Stefano Bertacco - a rivendicare orgogliosamente che “la posizione di Fratelli d'Italia è sempre la stessa: sia a livello nazionale che a livello siciliano noi non siamo alleabili con il partito di Alfano”, strappando gli applausi della gente di centrodestra e indirizzandosi sempre più verso quel 6 per cento su base nazionale che alcuni sondaggisti da tempo starebbero attribuendo al partito erede di Alleanza Nazionale. Per un partito tutto sommato giovane, alla sua seconda apparizione al voto nazionale, è sicuramente un risultato di tutto rispetto. Che fa ben sperare per il futuro, tenendo presente che An nel suo momento più fulgido prese il 13 per cento nazionale. Un’era geologica fa, ma la strada per ripetere quel risultato è stata intrapresa. Con costanza e lavoro quotidiano in tutte le regioni e tutti i comuni, potranno tornare quei tempi.

Nel mentre, però, facciamo attenzione anche alla Regione Lazio. Le voci iniziano a essere tante, talvolta fragorose e molto intense, sul fatto che Nicola Zingaretti vorrebbe dimettersi anticipatamente per unire il Lazio alla tornata elettorale di novembre. Le ragioni sarebbero legate a una coalizione di centrosinistra che tra renziani, dalemiani, pisapiani e compagnia cantante non si reggerebbe più in piedi e, nel clamore delle elezioni nazionali, rischierebbe addirittura di correre con due diversi candidati. Meglio dunque anticipare per correre ancora uniti, nonostante anche questa mossa servirà a poco: Zingaretti e il suo centrosinistra si sono contraddistinti per un rumorosissimo immobilismo e il loro destino appare già segnato.

(*) Consigliere regionale del Lazio e membro dell'assemblea nazionale di Fratelli d'Italia


di Fabrizio Santori (*)