L’Italia e la Brexit

martedì 8 agosto 2017


All’esito del referendum popolare del 23 giugno 2016, che si è espresso per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e la conseguente decisione del Parlamento e del Governo britannici di notificare alle Istituzioni Europee l’avvio del procedimento di separazione, come previsto dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, si è aperta la delicata fase di negoziato per definire il rapporto futuro tra Gran Bretagna e Paesi dell’Unione, con un termine fissato in due anni.

La problematica è delicata e complessa, poiché involge rapporti sociali ed economici di grande rilevanza, siccome inerenti alla circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi, interessando molti cittadini ed imprese europei ed particolare italiani, avendo, tradizionalmente il nostro Paese (e in primis alcune città, come Roma e Genova) una speciale relazione con Londra, sia economica sia lavorativa sia culturale.

Di tutto ciò il negoziato deve tener conto, nella consapevolezza che la Gran Bretagna, entrando il 1° gennaio 1973 nell’allora Comunità Economica Europea, divenuta poi con Maastricht il 7 febbraio 1992 (ma purtroppo solo formalmente) unione politica, ha mantenuto la sua specificità derivante da una tradizione storica, che dal XVI secolo assume una caratura mondiale e non limitata alla dimensione europea, con una proiezione internazionale, dall’America al Canada, dall’Australia ai Paesi asiatici emergenti, dal Sudafrica ai Caraibi, dalla Russia al mondo arabo, tuttora esistente.

Aggiungasi che la City è la principale centrale d’affari del mondo e ad essa, più che a Francoforte, guardano Wall Street, Hong Kong e le altre grandi Borse asiatiche. Detta specificità si traduce in un sistema giuridico di common law, diverso dagli altri ordinamenti europei continentali, che recepisce sostanzialmente le normative europee, solo in quanto compatibili con la tradizione giuridica britannica, senza accordare di fatto prevalenza ad esse, come invece avviene nelle esperienze continentali.

In tale contesto, si spiega facilmente la mancata adesione alla moneta unica europea, con il mantenimento della sterlina, che le iniziative per l’ingresso dell’Eurozona del Governo Blair negli Anni Duemila non sono riuscite a scalfire. In altri termini, la Brexit può essere più dolce di quel che si pensi, proprio perché la partecipazione della Gran Bretagna al progetto europeo è sempre stata guardinga, senza mai rinunciare al ruolo internazionale che la storia le ha assegnato.

In ragione delle intense relazioni esistenti, che coinvolgono molti nostri concittadini (si pensi ai tanti italiani che studiano e lavorano a Londra, Liverpool, Manchester e sulla costa della Manica, nell’università, nella ricerca, nei servizi, nella ristorazione), l’Italia non può delegare completamente alle istituzioni europee, sempre più in difficoltà, il negoziato sulla Brexit, ma deve svolgere un ruolo attivo e diretto in ogni sede, con una forte iniziativa politica ad ampio raggio, per salvaguardare un rapporto essenziale per la crescita culturale, sociale ed economica del nostro Paese. E tantomeno lo può delegare in un periodo di crisi dell’Europa, cagionata non certo dal Governo italiano, ma dalla debolezza delle Istituzioni e dall’autoreferenzialità delle burocrazie di Bruxelles, alle quali si aggiungono, anche da ultimo, spinte nazionalistiche, che non contribuiscono certamente alla costruzione europea.

(*) Docente di Diritto costituzionale nell’Università di Genova e di Diritto regionale nelle Università di Genova e “Carlo Bo” di Urbino


di Daniele Granara (*)