Il clima di Trump

martedì 6 giugno 2017


Un aforisma, un commento - La decisione di Donald Trump di uscire dagli accordi di Parigi sul clima sta già producendo effetti positivi. Infatti molta gente, in tutto il mondo, ascoltando Trump è colta dai brividi: un buon risultato in tempi di surriscaldamento globale.

La discussione sui cosiddetti cambiamenti climatici è giustificata dal fatto che la climatologia non è una scienza capace di fornire conoscenze certe, almeno nei termini che molte scienze teorico-sperimentali, dalla fisica alla chimica, sanno offrire. Come è stato spesso ricordato, il clima  è costituito da un insieme di processi decisamente complicati che si possono modellizzare ma non sperimentare direttamente. Inoltre, gli strumenti di misura, per esempio della temperatura, sparsi sulla Terra, sono difformi fra loro e quando si ha a che fare con variazioni di decimi di grado in decine di anni ciò costituisce un problema.

Ad ogni modo, sul tema del “surriscaldamento” della Terra (da non confondere, come accade a causa della iper-semplificazione dei mass media, con l’inquinamento) c’è attualmente una diffusa condivisione da parte degli studiosi sull’effettivo aumento della temperatura, negli ultimi 100 anni,  e persino sulle sue cause. Queste ultime vengono indicate nelle attività, in senso lato, industriali dell’uomo con la produzione di grandi quantità di anidride carbonica nonostante il fatto che ciò costituisca solo il 3 per cento dell’emissione totale di origine naturale.

Non pochi altri scienziati mettono in dubbio sia la prima sia la seconda tesi. Al di là delle pressioni, politiche ed economiche, sugli uni e sugli altri, sta di fatto che la questione ruota attorno ad una variazione verso l’alto della temperatura terrestre di meno di un grado in un secolo. Un grafico, che compare ovunque si parli di climate change,  riporta in effetti l’andamento crescente della temperatura dal 1880 ai giorni nostri. Il guaio è che tale grafico punta ad impressionare l’osservatore grazie alla scala adottata sull’asse delle ordinate, per cui l’aumento appare vistoso anche se è limitato, come si diceva, a poco più di mezzo grado.  In fondo, ironicamente, si tratta dello stesso espediente grafico cui ricorrono i partiti politici quando, dopo le elezioni, cercano di magnificare il proprio aumento in fatto di voti anche se si tratta di pochi decimali.

Se si osserva la storia climatica della Terra, pur tenendo conto dell’imprecisione delle misurazioni, si noterà che da molte migliaia di anni la temperatura media è discesa (si veda https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f5/All_palaeotemps.png), mostrando però risalite improvvise e imprevedibili in fasi storiche nelle quali l’industrializzazione e la conseguente emissione di Co2  erano assenti, e anche nel periodo attuale, in cui invece sono presenti. Post hoc, ergo propter hoc? Sarebbe bene essere prudenti, perché l’attuale fase di riscaldamento è iniziata ben prima del boom industriale sviluppatosi nella seconda metà del secolo scorso.

In termini generali, se le variazioni in su e in giù - sulla curva - della temperatura hanno caratterizzato tutta la storia climatica della Terra - a fronte di una discesa della curva -, allora significa che le sue cause sono molteplici (si parla di attività solare, eruzioni vulcaniche, raggi cosmici, attività tettoniche) e non è dato a nessuno di indicare, con certezza,  nell’attività antropica la causa privilegiata di fluttuazioni più o meno vistose e più o meno periodiche. Considerando queste continue fluttuazioni, infatti, appare ovvio che in alcuni periodi ci troveremo di fronte ad aumenti della temperatura mentre in altri osserveremo diminuzioni e ogni tratto della curva, in su o in giù, avrà una propria potenziale spiegazione non necessariamente reperibile in una sola variabile dominante, sia essa l’attività solare, quella atmosferica, quella oceanica o quella, supposta, antropica.

Come è noto, studiosi come i nostri Carlo Rubbia e Antonino Zichichi hanno esposto seri dubbi non solo sulla significatività dell’aumento della temperatura (che, cioè, si tratti di molto di più che una semplice e ricorrente fluttuazione o rugosità grafico-statistica) e, soprattutto, sulla sua causa antropica. Fra le varie documentazioni critiche del “pensiero unico” che si è generato, può inoltre essere utile prendere visione degli argomenti portati, fra i molti, da Lorenzo Cassitto, del Politecnico di Milano (http://www.fast.mi.it/clima/relazioni/cassitto.pdf) o da Chris de Freitas dell’Università di Auckland (https://www.friendsofscience.org/assets/documents/deFreitas.pdf). Va da sé che anche per queste posizioni vale la regola dell’incertezza intrinseca in questioni di questo genere, ma la loro razionalità non sembra affatto minore di quella dei loro oppositori. Particolarmente rilevante è la questione del collocamento delle stazioni di rilevazione della temperatura, le quali sono concentrate nelle aree urbane - vere e proprie urban heat island in cui la temperatura aumenta per ragioni legate all’edificazione, asfaltatura ecc. - e solo per il 7 per cento in aree rurali. L’impiego dei satelliti non pare abbia posto rimedio a questo aspetto. Anche l’impiego dei modelli di simulazione non appare indenne da rischi poiché quelli adottati dall’Ipcc dell’Onu (Intergovernmental Panel on Climate Change) per le sue tetre previsioni, partono dalla premessa che l’aumento di emissioni antropiche di Co2 sia causa accertata di aumenti della temperatura mentre è proprio questa la connessione causale da accertare. Studi recenti sulle variazioni attuali della temperatura e su quelle del passato, mostrano che l’aumento di emissione di anidride carbonica spesso avviene dopo l’innalzamento termico e non prima, invertendo dunque il rapporto causale su cui si regge il pensiero unico.

Se mettiamo da parte ulteriori considerazioni, per esempio in merito alla polemica circa possibili manipolazioni dei dati, va osservato che i notevoli interessi economico-finanziari oggi mobilitati dalle ricerche dei sostenitori e degli oppositori – che vedono i primi molto più sostenuti dei secondi -  sono possibili esattamente perché la scienza climatologica non è in grado di rispondere con robusta certezza ai quesiti che le vengono proposti. I suoi studi sono solo agli inizi, una fase delicata nella quale lo stesso problema scientifico centrale deve essere ancora accertato al di là di ogni ragionevole dubbio per evitare di lavorare su uno pseudo-problema. Qui si innestano, fra l’altro, altre sottili questioni di indole metodologica, a parità di considerazioni più strettamente climatologiche. Per esempio, la sottolineatura, da parte di Rubbia, del fatto che la temperatura globale aumenta molto meno da 17 anni – fenomeno accertato che ha avviato un’ulteriore dibattito su quella che i sostenitori del global warming hanno premurosamente definito una semplice ‘pausa’, peraltro imprevista dai modelli Ipcc -  viene criticata perché l’intervallo temporale sarebbe troppo limitato per trarne considerazioni climatologiche. Argomentazione che ha qualche validità ma che, però, viene singolarmente trascurata quando si indica qualche decennio di temperature aumentate.

In queste circostanze intrinsecamente incerte si insinuano inesorabilmente la diceria e il panico, sostenuti con disinvoltura dai mass media, sempre alla ricerca di spettacolarità di ordine negativo. Il tutto sulla scorta del paradosso che potremmo chiamare dell’onnipotenza invertita: l’idea, cioè, che l’uomo sia oggi tanto potente, e cattivo, da poter stravolgere l’ordine naturale delle cose non solo grazie all’uso, potenziale, di ordigni nucleari ma anche attraverso la tecnologia e i processi pacifici di produzione industriale che essa consente. Per cui, si pensa, invertendo il senso dello sviluppo riporteremo la Terra, oggi dipinta come Gaia sofferente, alla sua condizione ideale, stabile e felice. Una pretesa possibile solo sulla base di una spropositata idea di prometeica onnipotenza dell’uomo e del senso di colpa che da millenni l’accompagna.


di Massimo Negrotti