Cerasa, il teorico di un “Sì” immaginario

sabato 15 ottobre 2016


Claudio Cerasa, il successore di Giuliano Ferrara alla direzione de “Il Foglio”, si è messo in testa di diventare il teorico pontificale del “Sì” al referendum sulle cavolate neo costituzionali di Matteo Renzi.

Naturalmente anche lui, anzi, lui più degli altri, evita accuratamente di prendere in mano il testo della indecente riforma, leggerlo e spiegarci come, poi, dovrebbe funzionare. Il “che succede se” vince il Sì o vince il No “prescinde” dal trascurabile particolare che una norma sia di regolamento, di legge o (tanto più) della Costituzione, esso va giudicato non secondo vaghi “contesti storici”, “quadri politici”, “situazioni epocali”, “problemi generazionali” che possano fare da sfondo alla sua concezione ed approvazione, ma anzitutto deve valutarsi per quello che stabilisce direttamente, per quel che significa, per come deve essere interpretato ed applicato secondo logica e criteri ermeneutici certi e generalmente riconosciuti.

Cerasa, più degli altri, parla d’altro. E credo che chi voglia domandarsi “che succede se”, Dio ne scampi, la riforma fosse approvata, non per il Governo del suo Renzi, per il Partito Democratico, per l’editore e per il manager dell’editore de “Il Foglio”, ma nella applicazione di quelle chilometriche ed impasticciate chiacchiere nelle questioni da essa trattate, chi, in sostanza si ponga la questione della interpretazione delle nuove norme, abbia da Cerasa solo il suo compatimento. “Sa di vecchio”. Solo una certa ricercatezza di termini (e manco tanto) distingue le sue tiritere da quelle del giocondo “nuovo è bello” degli idioti. Anche lui, anzi ben più degli altri, “parla d’altro”. E inventa elaborate cavolate. È nota la sua invocazione a Silvio Berlusconi ad abbandonare quel brutto “No” ed a convertirsi, dimostrando il dovuto ravvedimento, frutto dell’“affidamento in prova”, al “bello e giovanile Sì”, in nome, nientemeno, di una sua “profonda cultura nazarenica”. Adesso scopre che il referendum è (testuale) “uno scontro dialettico tra la tendenza alla competizione e la tendenza alla concertazione”. Scopro così, tra l’altro, che io ho una “tendenza alla concertazione”, anche se ho vissuto una lunga vita sempre fuori dei concerti e del coro. Ma la spiegazione che Cerasa darebbe del mio “No” senza se e senza ma la trovo in un altro passo del suo “magistrale” articolo del 12 ottobre: sono “vecchio”. Cosa che, ahimè, è indiscutibile. Ma un po’ meno lo è l’altro assioma cerasuolo: il renzismo, la riforma, sono “giovanili”. Il Sì è un fatto generazionale. La “generazione” è il perché del Sì.

Le cavolate lasciano il tempo che trovano. Ma francamente questa dà un brivido di preoccupazione. Ancora adolescente mi capitò di leggere le memorie di Antonio Salandra, che fu uno dei più sordidi conservatori che minarono e portarono alla sciagura il liberalismo italiano. Filofascista, ad un certo punto definiva quel partito, frutto e derivazione del suo avventato interventismo, “il partito giovanile”.

Questo “giovanilismo” dei vecchi arnesi, tale per lo spirito, è una delle cose più fastidiose ed anche pericolose. Si è visto. Spero che Cerasa non si senta interiormente ringalluzzito perché evoco Salandra a suo proposito. Ma, tanto, non mi legge.

P.S. - Questo articolo non ha il tono “smorzato” ed “abbassato” al quale ci esorta il Presidente Sergio Mattarella. In seguito mi capiterà di scriverne con toni ancora più “alti” ed “accesi”, se necessario. Seguirò l’autorevole esortazione solo quando ve ne sarà altra diretta a redarguire eccessi ed abusi del potere governativo.


di Mauro Mellini