giovedì 3 marzo 2016
“In fatto di cellulari, gli italiani si dividono in una categoria”.
Alla fermata del tram o sotto la pensilina di una stazione non si contano le persone che smanettano sul proprio cellulare. Una volta saliti e occupato un posto a sedere, di nuovo il cellulare è fra le mani e la fa da padrone. In casa, lungo il marciapiede, persino in bicicletta e in automobile il cellulare è sempre in azione e mobilita l’attenzione del proprietario. Dalle statistiche di varie istituzioni, sembra che, in Europa, gli italiani siano i più accaniti comunicatori col cellulare. Da noi, si conta il 158 per cento di abbonamenti attivi, contro il 139% europeo. Maggiore è anche la quantità di tempo che in Italia si passa con i social media rispetto agli altri Paesi. Come mai? Che siamo più loquaci e maggiormente smaniosi di relazione con gli altri sembra evidente dai dati, ma da dove viene questa inclinazione?
La risposta può essere di varia indole: siamo più chiacchieroni, più curiosi, più ansiosi di protagonismo. Quest’ultima possibilità pare in parte confermata dalla vicenda dei cosiddetti Cinque Stelle. Attraverso una ossessiva consuetudine con la tastiera del computer costoro hanno messo in piedi un partito che raccoglie quantità notevoli di voti di protesta. Le idee e i programmi non contano: l’importante è esserci e farsi valere, anche se si ha ben poco da dire. Questa sembra essere la motivazione principale del comunicare per mezzo dei nuovi mezzi tecnologici. Ma esserci e farsi valere è esattamente la logica alla quale, prima, eravamo abituati nelle piazze e nei bar. Oggi, la tipica piazza dei paesi italiani, con i vari gruppi di anziani, di giovani, di snob o di popolani che ogni sera occupavano aree ben precise e ben riconoscibili per fare quattro chiacchiere, è tendenzialmente sostituita dai gruppi che afferiscono a questo o a quel social forum, a questa o a quella cerchia di amici con cui si sta sempre in contatto. Nelle piazze e nei bar i vari gruppi non facevano altro che commentare, spesso ad alta voce, le vicende politiche locali o nazionalì, quelle economiche o quelle sportive o, a bassa voce, l’ultimo pettegolezzo paesano. In Rete, oggi, Internet o telefonica che sia, si fa esattamente la stessa cosa. Ciò che cambia è solo l’impiego posticcio della lingua inglese: cinguettii (twittering) spesso urlanti e pettegolezzi (gossip) di ogni genere, ma la motivazione è sempre la stessa: esserci e farsi valere, quanto meno nel gruppo.
Tuttavia, solo pochi perditempo stavano in piazza o nei bar da mattina a sera, ed erano noti a tutti come persone da poco. Oggi, invece, crescenti quantità di persone, soprattutto giovani, sono perennemente in comunicazione fra loro. E lo fanno con grande sussiego, come se il mezzo impiegato (il device), certamente un gioiello tecnologico di per sé molto utile, conferisse anche ai messaggi grande rilevanza e qualche autorevolezza speciale, nonostante sorga il dubbio che al pensare sia dedicato molto meno tempo che al comunicare.
Allora delle due l’una: o, per un’evoluzione improvvisa, sempre più persone hanno miracolosamente sempre più cose importanti o urgenti da dire, oppure, più semplicemente, la tecnologia ci consente l’espressione più libera di qualsiasi cosa ci venga in mente. Proprio come in piazza o al bar dove era tipico sentirne di tutti i colori, sentenze di ogni genere non di rado pronunciate con grande sicurezza di sé. Ma poi, si faceva altro fino al giorno dopo.
di Massimo Negrotti