venerdì 12 dicembre 2014
Chi pagherà il risarcimento dei danni che i legali di Pierpaolo Brega Massone chiederanno alla Rai per aver mandato in onda la docu-fiction (prevista per domani sera su Rai 3) destinata ad essere un ennesimo processo mediatico a carico di un imputato ancora in attesa di sentenza definitiva?
L’avvocato Enzo Vitale che difende Brega Massone nel processo che in primo grado lo ha visto condannato all’ergastolo con l’imputazione di omicidio volontario di quattro persone, spiega che saranno i contribuenti perché viale Mazzini sarà costretta a risarcire i danni alla famiglia Brega Massone. Al contrario di quanto sostenuto in Commissione di Vigilanza dal direttore di Rai 3, Andrea Vianello, infatti, sostiene Vitale, la Rai non ha avuto nessuna autorizzazione dal tribunale a mandare in onda la docu-fiction.
A luglio scorso, infatti, dopo aver saputo che la Rai avrebbe mandato in onda la trasmissione i legali del medico milanese hanno presentato un ex articolo 700 al Tribunale di Roma al fine di chiederne il blocco ma dopo alcune settimane, in occasione dell’udienza, l’avvocato della Rai, a verdetto di causa, ha comunicato che la trasmissione era stata sospesa. Questa apparente retrocessione, secondo Vitale, aveva l’unico obiettivo di depistare e non consentire i tempi per un altro ricorso. Circostanza poi effettivamente verificatasi tanto da spingere i legali di Brega Massone ad inviare una diffida in cui si richiedeva di astenersi dal mandare in onda la trasmissione e che in caso contrario, avrebbero chiesto il risarcimento danni. E questo è esattamente ciò che avverrà.
Mentre a pagare la decisione della Rai di non rinunciare a vendere alle aziende inserzioniste un’audience che certamente sarà molto alta visto il clima giustizialista del Paese (perché di questo si tratta) saranno appunto i contribuenti, non certo i funzionari di viale Mazzini. Di questo si è anche parlato nella conferenza stampa che ieri si è tenuta nella sede del Partito radicale ed in cui il difensore di Brega Massone ha chiesto nuovamente alla Rai di non trasmettere quello che sarà un altro processo in tivù e un ennesimo incivile caso di giustizia mediatica.
Ma il tema dominante della conferenza a cui hanno partecipato la segretaria dei Radicali Italiani Rita Bernardini, il direttore del Garantista Piero Sansonetti, il direttore del nostro giornale e presidente del Tribunale Dreyfus Arturo Diaconale ed a cui ha presenziato anche la moglie di Brega Massone, Barbara Magnani, è il linciaggio, l’inciviltà e la crisi dello stato di diritto. Come ha spiegato la Bernardini, “ormai l’ultima preoccupazione è di garantire la presunzione di innocenza, nel caso specifico di Brega Massone, con un accanimento mediatico che corrobora la tesi colpevolista recando gravi danni anche ai familiari, poiché è chiarissimo che la trasmissione dipingerà il chirurgo come un mostro assetato di denaro e incurante della vita dei pazienti”. E l’aggravante, delineata dall’avvocato Vitale e richiamata anche dalla Bernardini che “ad essere esposti al condizionamento della tesi che emergerà nella trasmissione, potranno essere i futuri membri della giuria popolare del processo che avrà luogo in un’aula di tribunale vera nel 2015”. Linea condivisa anche da Arturo Diaconale, convinto del “rischio che la giuria venga condizionata e che si finisca per celebrare un processo ingiusto poiché la vicenda è stata da subito presentata con un efficace battage colpevolista in cui, come troppo spesso accade, i media hanno una funzione di supporto alla pubblica accusa, sovente per meri interessi commerciali”.
E se c’è un dato certo è la tendenza del populismo mediatico ad inseguire un’opinione pubblica che vuole il sangue e, come ha concluso Diaconale “a produrre danni ai diritti costituzionali dei singoli. Per questo il Tribunale Dreyfus seguiterà nelle sue battaglie di civiltà e di diritto ogni volta che ci sarà la necessità di denunciare atti che violano le garanzie individuali”. Una decisione, quella di viale Mazzini, tanto più illegale in quanto irrispettosa di una serie nutrita di codici di autoregolamentazione applicabili alla comunicazione radiotelevisiva, in particolare, la “Carta di Treviso sul rapporto Informazione-Minori” del 5 ottobre 1990 e il suo addendum del 25 novembre 1995, la “Carta dei doveri del giornalista” sottoscritta dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della Stampa italiana in data 8 luglio 1993, la “Carta dell’informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del servizio pubblico – Rai” del dicembre 1995, il “Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”. E in questo caso c’è da tutelare la figlia minorenne di Brega Massone. Per non dire dell’“Atto sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive” dell’Agcom che ha stabilito sia che “nei programmi della concessionaria del servizio pubblico aventi ad oggetto procedimenti giudiziari in corso, l’esercizio del diritto di cronaca, come l’obbligatorio confronto tra le diverse tesi dovrà essere garantito da soggetti diversi dalle parti che sono coinvolte e si confrontano nel processo”, e nel caso del chirurgo milanese non si poteva non tener conto del fatto che le autorità carcerarie non gli hanno accordato la possibilità di rispondere ad un’intervista che sarebbe andata a fine docu-fiction, ossia di replicare alle tesi della trasmissione. Ma il più violato, dice la Bernardini, “è l’articolo 11 della Costituzione”.
Totale “solidarietà ad un cittadino che sta comunque subendo un linciaggio”, dunque, è stata espressa anche da parte di Piero Sansonetti, che ha manifestato la sua preoccupazione per “una cappa di potere e un clima da Ddr che già non mi piaceva quando ero iscritto al Pci e che adesso mi ritrovo in questa Italia che abusa delle intercettazioni e dove trionfa l’ignoranza della Carta costituzionale”. Media nel mirino dunque anche per l’incomprensibile assenza alla conferenza stampa dei grandi giornali che ancora una volta si sono per lo più astenuti dal venire a verificare la presenza di possibili ulteriori elementi di verità sul caso Brega Massone ma che, come ha ricordato Sansonetti “si sono lanciati con accanimento a cavalcare l’onda colpevolista, a ritrarre negativamente l’arresto e a dar conto della sua condanna”.
Numerose le incongruenze denunciate dall’avvocato Vitale, che ha rivendicato il diritto ad un processo giusto in cui si ricorra a periti d’ufficio, notoriamente indipendenti (che nel processo civile hanno espresso parere favorevole sull’imputato che è stato infatti assolto) oltre a quelli che fanno capo alla Procura stessa. Considerando oltretutto che, come già denunciava Marco Cappato, tutti i pazienti avevano dato il consenso informato agli interventi di microchirurgia diagnostica. Piena condivisione, infine, da parte di tutti i partecipanti, all’indomani del riconoscimento a Marco Pannella per la sua coerenza di una vita a difesa dei diritti numani, da parte del capo dello Stato, anche su un altro punto: la nomina di Marco Pannella a senatore a vita. Napolitano avrebbe potuto procedere alla nomina “fondamentale - si dicono convinti Diaconale e Sansonetti - proprio ora che in Parlamento non c’è la presenza del Partito radicale e proprio ora che il Presidente della Repubblica ha lanciato un richiamo alla serenità nell’affrontare le emergenze di legalità nel Paese ed a cui il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non ha trovato di meglio che rispondere annunciando che inasprirà le pene”.
Che sia davvero il momento, come sollecita la Bernardini, di dare concretezza a quell’ “obbligo di uscire da questa emergenza” invocato da Napolitano in un Paese in cui tragicamente “appena è stato catturato Bossetti Alfano ha esordito con un ‘abbiamo catturato l’assassino’”?
di Barbara Alessandrini