mercoledì 14 ottobre 2026
Artificiale. E pure costosa. Costosissima. Per governare il futuro (tecnologico) occorre raffreddare gli animi. E soprattutto i data center. Quelli cosiddetti “hyperscale”, progettati per alimentare l’ascesa dell’AI, si stanno diffondendo in tutto il mondo: dal Prometheus di Meta negli Stati Uniti, che prevede un centro dati grande quanto Manhattan, al Campus AI in Francia. Lo Stargate UAE di Abu Dhabi (fino a 5 gigawatt di potenza di calcolo) è capace di generare calore da 100mila chip di ultima generazione, ammassati e funzionanti a pieno regime, in un complesso che si estende su oltre 26 chilometri quadrati, più o meno la superficie di 3.714 campi da calcio. Praticamente un tostapane gigantesco piazzato in una regione dove la temperatura media è di 35 gradi, e può raggiungere i 50 in estate. L’Irlanda è il Paese europeo con il maggior numero di centri dati: 89 sul suo territorio. Molti altri in Francia e Belgio sono operativi o in fase di costruzione. Si tratta di infrastrutture che hanno un impatto negativo cumulativo sull’ambiente: impermeabilizzazione del suolo, rumore, creazione di isole di calore urbane e inquinamento atmosferico. Il loro consumo energetico, dunque, è una preoccupazione crescente. La rete elettrica globale è già sotto pressione.
La soluzione immaginifica ce l’ha avuta Aerospacelab, un’azienda della Vallonia che ha appena firmato un contratto storico: 2,4 miliardi di euro per la costruzione di 264 satelliti per il futuro sistema europeo di comunicazioni satellitari sicure. Aerospacelab sta inoltre ultimando la costruzione del più grande stabilimento europeo per la produzione di satelliti a Marcinelle, con l’obiettivo di costruirne 500 all’anno. A sentire il suo fondatore e amministratore delegato, Benoît Deper, invece di smaltire rifiuti in terra è più semplice inviare i centri dati nello spazio. “Solo pochi mesi fa ero piuttosto scettico sulla fattibilità del concetto, ma ora stiamo iniziando a vedere i primi segnali di redditività economica. Penso che sia un enorme motore di crescita per l’industria spaziale e anche per noi”, ha dichiarato sul set del programma televisivo Jeudi en Prime, come riporta la Rtbf.
Il Belgio, attualmente, conta circa cinquanta data center sul suo territorio. Secondo i dati di Elia, il gestore della rete di trasmissione elettrica, il loro consumo rappresenta il 4 per cento dell’elettricità nazionale, che però entro il 2034 potrebbe salire al 32. Il mondo accademico locale reagisce alla proposta di Deper con sufficienza, avvertendo l’opinione pubblica che la pazza idea non ha alcuna aderenza alla realtà scientifica. Anzi, per Francesco Contino, docente alla facoltà d’ingegneria dell’Ucl Louvain, l’idea di mettere data center in orbita è “pura fantascienza”. È “uno scenario da distopia. Non capisco come qualcuno possa seriamente prenderlo in considerazione. Dobbiamo rimanere con i piedi per terra”, dice alla tivù pubblica francofona. La soluzione caldeggiata da Aerospacelab, invece, osserva, è la perfetta dimostrazione di una mancanza di volontà di ragionare. E comunque, aggiunge, anche se ci fosse la possibilità di inviare questi dispositivi nello spazio, sarebbe ben lungi dal risolvere i problemi sulla Terra.
Sul sito The Conservation, quattro ricercatori dell’università di Parigi hanno espresso, in merito, tutto il loro scetticismo. In primo luogo, riguardo al raffreddamento dei data center, poiché nel vuoto dello spazio non c’è né acqua né aria. E poi perché non si potrà inviare tecnici nello spazio per ogni guasto. Infine, le apparecchiature, soggette a radiazioni e stress, si degradano lì più rapidamente che sulla Terra. Il problema del raffreddamento rimane. Accantonato, o quasi, il sistema basato sulla ventilazione o sull’aria condizionata, che utilizzano la circolazione dell’aria come fonte di raffreddamento ed espellono l’aria calda all’esterno, rimane lo sfruttamento dell’acqua. In questo caso l’azienda di data center necessita meno energia, ma ha bisogno di accedere a una fonte di acqua dolce (quella salata danneggerebbe le tubature e i componenti) per alimentare il sistema.
Il consumo idrico dei data center è stimato a livello mondiale in 560 miliardi di litri all’anno, equivalente al consumo annuo di acqua potabile di 10 milioni di francesi. Una sete insaziabile, che si riflette anche nei dati pubblicati dalle aziende Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon). Google ha visto il proprio consumo idrico netto aumentare del 28 per cento tra il 2023 e il 2024, raggiungendo i 30 miliardi di litri, di cui circa un terzo proveniente da regioni con scarsità idrica. Microsoft, da par suo, stima che nel 2024 il 46 per cento dei suoi prelievi idrici avverrà in tali aree. Per avere, tuttavia, un quadro completo dell’impatto dello sviluppo di queste infrastrutture sulle risorse idriche, è necessario considerare anche l’acqua utilizzata dalle centrali elettriche che le alimentano, e quella consumata durante il processo di produzione dei componenti elettronici, affermano gli esperti. I ricercatori stimano che i grandi data center, costruiti specificamente per il calcolo basato sull’intelligenza artificiale, utilizzino, in media, fino a 20 milioni di litri d’acqua al giorno, equivalenti al consumo di una città di 10mila-50mila abitanti.
di Pierpaolo Arzilla