Il futuro digitale dell’Europa

mercoledì 13 maggio 2026


Gualtiero Carraro, esperto di intelligenza artificiale, indica la strada per colmare il divario tecnologico e recuperare sovranità digitale

Il 9 e 10 giugno a Bruxelles, EuropCom 2026 non sarà soltanto un appuntamento dedicato alla comunicazione pubblica europea. Sarà soprattutto il segnale di una presa di coscienza politica: il digitale non è più un settore tecnologico, ma il sistema nervoso del potere globale. E oggi quel sistema non parla europeo. Il mondo si è già diviso in due grandi blocchi. Da una parte gli Stati Uniti, dove Microsoft, Google e Meta controllano infrastrutture, dati, modelli di intelligenza artificiale e distribuzione dell’informazione. Dall’altra l’Asia, con la Cina e colossi come Tencent e Alibaba, che hanno costruito un ecosistema parallelo altrettanto pervasivo e strategico. Due modelli diversi, una stessa ambizione: governare il futuro digitale.

L’Europa non è fuori da questo sistema. Ne fa parte, ma senza guidarlo. E dentro questo quadro si colloca anche l’Italia, che rappresenta una delle economie più esposte alla dipendenza tecnologica: forte sul piano industriale e manifatturiero, ma ancora fragile sul controllo delle infrastrutture digitali e dell’intelligenza artificiale. Per questo il tema della sovranità digitale non è astratto, ma riguarda direttamente la competitività del sistema produttivo italiano.

È in questo scenario che interviene Gualtiero Carraro, esperto di intelligenza artificiale e fondatore di Carraro Lab, unico player italiano indipendente invitato a EuropCom 2026. La sua posizione è netta: il vero problema non è utilizzare tecnologie globali, ma diventarne dipendenti. “Non siamo più dentro un semplice mercato”, avverte Carraro. “Siamo dentro un’infrastruttura di potere.”

Per anni l’Europa ha puntato tutto sulla regolamentazione del digitale. Dove ha sbagliato?

L’Europa ha commesso un errore di prospettiva: ha pensato che scrivere regole equivalesse ad avere potere. Si è costruita l’illusione di poter governare il cambiamento senza controllarne le infrastrutture. Ma il mondo reale funziona diversamente: chi possiede cloud, dati, capacità di calcolo e intelligenza artificiale non detta soltanto il mercato, detta le condizioni del futuro.

Quindi oggi la tecnologia è una forma di sovranità?

Esattamente. Il digitale non è più un settore economico: è il cuore del potere globale. Negli Stati Uniti aziende come Microsoft, Google e Meta sono diventate infrastrutture geopolitiche. Non offrono soltanto servizi: costruiscono dipendenze. La Cina ha fatto lo stesso con un modello diverso ma altrettanto strategico. Entrambi hanno capito una cosa fondamentale: chi controlla la tecnologia controlla la direzione del mondo.

E l’Europa?

L’Europa continua spesso a discutere in superficie. Dibattiamo su ChatGPT a scuola o sul telefono in classe mentre altrove si combatte una guerra silenziosa fatta di GPU, modelli linguistici, cavi sottomarini, semiconduttori e data center. La vera partita non si gioca nei talk show: si gioca nelle infrastrutture invisibili.

E in questo contesto, quale ruolo ha l’Italia?

L’Italia ha un potenziale importante, soprattutto industriale e manifatturiero, ma rischia di restare un utilizzatore avanzato di tecnologie altrui. Il punto non è la mancanza di competenze, ma la frammentazione e la dipendenza infrastrutturale. Se non si interviene su cloud, dati e modelli, anche il nostro tessuto produttivo finirà per dipendere da decisioni prese altrove.

È per questo che lei parla di “AI sovrana”?

Sì, perché non è uno slogan ideologico: è una necessità industriale e democratica. Se scuole, ministeri, aziende e pubbliche amministrazioni dipendono interamente da piattaforme progettate fuori dall’Europa, prima perdi autonomia economica, poi culturale e infine politica.

Quanto pesa il rischio di dipendenza tecnologica?

Tantissimo. Le dipendenze tecnologiche sono subdole: all’inizio sono efficienti, economiche, comode. Poi ti accorgi che dati, processi e perfino il linguaggio operativo della tua organizzazione non ti appartengono più. È una nuova forma di servitù volontaria: elegante, invisibile e basata su un abbonamento mensile.

L’Europa può ancora competere con Stati Uniti e Cina?

Sì, ma smettendo di imitarli. Inseguire i loro modelli giganteschi è una battaglia persa in partenza. Sarebbe come rincorrere un jet in bicicletta. L’Europa deve giocare la propria partita: modelli più piccoli, verticali, altamente specializzati per manifattura, sanità, pubblica amministrazione, formazione e distretti industriali. Meno propaganda tecnologica, più impatto reale.

Qual è il prossimo salto dell’intelligenza artificiale?

Il vero cambio di paradigma saranno i World Model: sistemi capaci di simulare ambienti fisici, processi produttivi e scenari economici. Non sarà più solo un’AI che scrive testi, ma un’AI che prova ad anticipare il comportamento del mondo reale. E chi guiderà questa fase avrà un vantaggio enorme.

C’è anche un problema culturale?

Assolutamente. Uno dei pochi aspetti davvero lungimiranti dell’AI Act è il tema dell’AI Literacy. I cittadini non possono limitarsi a usare l’intelligenza artificiale: devono comprenderne la logica, i limiti, gli effetti. Una società che usa tecnologie che non capisce è una società fragile e facilmente manipolabile.

In fondo, qual è la vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi oggi?

Molto semplice: vogliamo progettare il futuro digitale o limitarci a consumarlo? Per anni abbiamo creduto che bastasse regolamentare il cambiamento per controllarlo. Ma se il codice continua a scriverlo qualcun altro, le regole servono a poco. Le regole non costruiscono il potere: al massimo certificano quello degli altri.


di Claudia Conte