Onniscienza artificiale? La massima delle topiche

giovedì 5 febbraio 2026


La difficoltà di approccio all’Intelligenza artificiale nasconde un’impreparazione diffusa nell’utilizzo di tale strumento, mascherata da false critiche

In questo periodo si parla molto di Intelligenza artificiale e moltissimi si esercitano a fare domande, le più strane e improbabili per indurre in errore la Ia. Dopodiché si gloriano sul web e sui social di aver scoperto falle od errori. Questa attività potrebbe sembrare a tutta prima utile, perché serve a scoprire i limiti e i possibili errori delle varie tipologie di Intelligenza artificiale, potendo così effettuare analisi di confronto e correggere gli eventuali errori. Potrebbe dunque essere utile, ma c’è un interrogativo di fondo (tenuto nascosto) che solleva molti dubbi.

Questa attività sarebbe preziosa se gli stessi commentatori che pongono tali domande, tanto strane quanto improbabili, si ricordassero di precisare cosa intendono per Intelligenza artificiale e cosa per intelligenza umana. Sembrano due concetti ovvi e scontati, ma non lo sono affatto! Se non sono precisati in modo univoco – ossia se non si assegna un solo ed unico significato ai lemmi impiegati per l’indagine (scienza) – nascono mille contraddizioni e mille equivoci, ed è precisamente quello che sta succedendo oggi, poiché le valutazioni sulla portata dei quesiti varia secondo l’idea che ciascuno ha dell’intelligenza.

Peraltro, la storia della cultura occidentale è piena di dibattiti e contrasti su tale delicatissimo tema (che implica il concetto di identità) e su cui, a discendere, si definiscono la cultura, la morale, la civiltà dei vari popoli. Su questi argomenti si sono confrontati per secoli le migliori menti di tutte le varie culture, non riuscendo ancora ad arrivare ad una soluzione univoca e universale: costituisce una delle tematiche piu controverse della cultura.

E gli pseudo-intellettuali di oggi (semplici opinionisti), invece, ritengono di procedere senza prima riuscire a fornire una propria definizione, verso la quale raffrontare i casi concreti di analisi, così facendo si parla, senza sapere di cosa si sta parlando!

E non si tratta un puntiglio, ma di un approccio metodologico ed intellettuale fondativo di un corretto dibattito gnoseologico. In precedenti occasioni, abbiamo precisato i nostri punti di partenza – senza avere la pretesa che siano giusti o gli unici validi – ma che consentono al fruitore in piena libertà intellettuale di inquadrare il discorso, di seguire un ragionamento e di raggiungere, liberamente, un proprio convincimento ovvero di dissentire, senza cadere in equivoco.

Coloro che non precisano i due concetti base dell’intelligenza umana e dell’Intelligenza artificiale, obbligano il lettore ad ipotizzare quale sia il loro approccio, portandolo a giocare a moscacieca e tirare ad indovinare.

Andiamo dunque, per coerenza, a specificare alcuni punti di riferimento da cui si dipartono le nostre posizioni, consci dei limiti che un articolo divulgativo presenta, e rinviando approfondimenti puntuali (specifici articoli) dove abbiamo già trattato questi temi. Precisiamo allora che:

1) L’intelligenza è connessa con la vita, nel senso che è presente in tutte le forme di vita anche le più elementari;

2) L’intelligenza è connessa con autonomia e con apprendimento nel senso che reagisce alle situazioni ed evolve, rispondendo ai mutamenti;

3) Parlare di Intelligenza artificiale nei casi in cui questa non abbia tali caratteristiche essenziali è un equivoco, visto che anche le forme di vita primordiali hanno tale facoltà (persino i virus);

4) Se si realizzassero simili software, ossia dotati delle qualità dei primi due punti, si dovrebbe parlare di tecnologie “super intelligenti”, anche se pur sempre controllate da chi tali tecnologie ha creato;

5) Solo le forme di autonomizzazione e auto apprendimento possono qualificarsi come intelligenza (artificiale);

6) Infine, anche l’intelligenza umana ha molte forme e ha una storia evolutiva complessa che se non viene menzionata rende difficile ogni confronto.

Tutto ciò considerato, emerge come profondamente errato parlare di Intelligenza artificiale al singolare, mentre bisognerebbe parlarne al plurale, perché essa si declina su più articolazioni: ce ne sono molte e diverse di Ia e, per il futuro, si prevede ve ne saranno molte di più.

Inoltre, le intelligenze artificiali oltre ad essere molteplici, non sono da intendersi come un’astrazione, bensì come un’operatività con diversi livelli di complessità e di funzioni, di impostazioni ed orientamenti.

A questo punto, pur non avendo la pretesa di aver esaurito il tema gnoseologico sull’intelligenza, torniamo alla riflessione iniziale rilevando come fuorviante, al limite dell’ipocrisia, la reazione di coloro i quali dopo aver posto domande più o meno improbabili all’Intelligenza artificiale, si meraviglino che essa (in realtà una delle tante specificazioni) su alcune domande (spesso estreme e forzate) faccia degli errori.

La semplice verità è che si fa di tutto perché la Ia emetta un output non idoneo, non volendo interagire secondo un criterio funzionalistico e costruttivo con la macchina. Addirittura, taluni si divertono a causare l’errore con domande forzate e poi traggono deduzioni assolutamente strampalate.

Peraltro, volendo fare un confronto con l’intelligenza umana, se si ponessero le medesime domande a persone, anche molto specializzate, gli umani farebbero anche essi errori. Per quanto siano competenti, per quanto sia vasta la cultura, le persone interrogate su temi i più disparati potrebbero commettere gli stessi errori, anche più gravi, rispetto alla Ia e nessuno se ne meraviglierebbe. Con l’avanzare delle conoscenze scientifiche e, più in generale, del sapere umano in ogni campo è impossibile conoscere e ricordare ogni nozione anche del proprio campo. Peraltro, nessuno avanzerebbe una simile pretesa che, oltretutto, non offrirebbe un parametro di elevata intelligenza o cultura. Al massimo di una buona memoria. Perché una cosa è il nozionismo – ed è proprio delle macchine – ed un’altra cosa è il sapere che richiede una valutazione critica delle nozioni e quindi una consapevolezza personale e morale. 

Si rileva quindi, come primo punto fermo della nostra riflessione, che la posizione di taluni analisti che bollano come inaffidabile l’Ia sulla base delle risposte errate, nell’accezione che abbiamo visto, è volutamente inesatta e fuorviante, perché si basa su una distorsione nell’approccio d’indagine (richieste volutamente contraddittorie e forzate), e su una mistificazione del concetto di intelligenza che presuppone il requisito auto-cognitivo di cui data center e algoritmi sono privi.

La principale funzione delle Ia, oggi, è quella di far emergere le nozioni e il dato, non di valutare criticamente gli stessi. In quest’ottica, l’Intelligenza artificiale risulta, al momento, uno strumento di sostegno, avente una precipua finalità collaborativa con l’umano. L’elemento di novità è rappresentato dall’ampiezza di accesso agli archivi, dalla capacità di calcolo e dalla rapidità di risposta. Una sequenza di operazioni che in precedenza, anche in passato a noi vicinissimo, non era né possibile, né sperato.

Malgrado questa qualità di risultato che è lo standard di lavoro per tutte le odierne applicazioni di Ia, nonché la base per quelle future, si sostiene da parte di taluni che l’Intelligenza artificiale sia solo un pappagallo stocastico, cioè ripropone parole e/o concetti di cui non capisce il senso, cioè senza avere cognizione di causa.

Ribadendo la premessa relativa al principio dell’intelligenza come forma elaborativa auto-cognitiva, si rimarca l’esistenza di un secondo errore nella valutazione dell’Intelligenza artificiale che è un sistema di sintesi dell’informazione complessa, molto diverso da quanto essi vagheggiano. Infatti, nella diffusa superficialità che contraddistingue i nostri tempi, si tende a pensare che l’Ia sia una onniscienza artificiale, dalla quale attendersi un’illimitata capacità di analisi, con risposte non solo corrette nella loro generalità, ma altresì nella puntualità del contesto del richiedente! Quelle che si delinea è un’immaginifica onniscienza e infallibilità, cui si aggiunge una tempistica di risposta che dovrebbe avere del prodigioso. Una simile analisi a ben vedere è vittima di quello che Sigmund Freud chiamava “il pensiero magico” per il quale la Ia risulta essere una sorta di bacchetta magica, da usarsi all’abbisogna, nei contesti i più diversi. Oppure, può pensarsi in una visione fanciullesca come una sorta di neo Oracolo di Delfi, capace di fornire tutte le risposte sulla base di una supposta, quanto erronea, onniscienza.

Il secondo punto fermo della nostra riflessione è dunque che pur nel progresso qualitativo dei suoi processi, la Ia è e rimarrà fallibile, non foss’altro perché lo è il richiedente, ossia l’operatore che dovrà poi raffinare e contestualizzare al caso di specie la risposta ottenuta. Peraltro, ragionamento analogo a quello dell’intelligenza, andrebbe fatto per l’infallibilità, richiamandosi anche qui ad una valutazione morale frutto di un processo di auto-cognizione che la Ia non possiede. E questo fa si che l’errore di una domanda mal posta e/o pensata dall’operatore umano potrebbe essere la causa di una cattiva risposta proprio perché la Ia difetta di quella sottile ma fondamentale capacità cognitiva (autocoscienza) che da significato alle parole, portandosi a correggere di volta in volta.

Avviandoci alla conclusione, possiamo rilevare come il primo ostacolo per un impiego consapevole e responsabile della Ia è la presenza di una tara di fondo, di tipo culturale, in coloro i quali tentano gli impropri esperimenti di cui si è detto, con la pretesa aggiuntiva che essa si dimostri infallibile!

Si dimostra solo una miopia di vedute sulla grande, immensa opportunità che l’Intelligenza artificiale offre, miopia dovuta con tutta probabilità ad una inadeguatezza formativa e personale che si appalesa di fronte alle smisurate opportunità operative e di crescita che la Ia può offrire. E, piuttosto che prepararsi nella conoscenza e nell’uso di tale portentoso strumento, si preferisce svilirlo, dichiarandone la mancata affidabilità in quanto non onnisciente.

Forse è destino di tutte le innovazioni radicali, tecnologiche o sociali che siano, quelle veramente profonde che segnano uno spartiacque fra un “prima” e un “dopo”, destino critiche e avversione perché spaventano, in quanto, istintivamente, si avverte che la loro diffusione costituirà il paradigma su cui si erigerà la futura quotidianità. Paradigma su cui occorrerà parametrarsi e adattarsi con incertezza di risultato e col rischio di essere marginalizzati.

Eppure, questo è il percorso che ha contraddistinto, con successo, il cammino dell’uomo fin dagli albori della sua storia ed oggi, come testimoni fortunati, assistiamo ad un nuovo, ulteriore passaggio di non ritorno.

(*) Presidente Assodiritti e presidente salotto dell’Intelligenza artificiale presso Enia, Ente nazionale Intelligenza artificiale


di Fabrizio Abbate (*)