Kharkiv, la vigliaccheria di colpire un ospedale

martedì 3 novembre 2026


Quando la guerra prende di mira chi cura e chi soffre, non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti alla brutalità elevata a metodo. Alle 3.20 del mattino del 3 novembre, mentre la città di Kharkiv cercava di attraversare un’altra notte di guerra, un attacco aereo russo ha colpito un ospedale nel quartiere Nemyshlianskyi. L’esplosione è avvenuta nel passaggio che collega due edifici della struttura sanitaria. Il bilancio comunicato dalle autorità ucraine è di 73 persone ferite, tra pazienti, operatori sanitari e residenti nelle abitazioni vicine. Sono stati danneggiati reparti e laboratori; 226 ricoverati hanno dovuto essere trasferiti. È una notizia che dovrebbe fermare il mondo. E invece rischia di essere assorbita dai bollettini di guerra: una città bombardata, un numero di feriti, qualche fotografia, poi il prossimo titolo. È proprio questa assuefazione, forse, uno dei risultati più inquietanti della strategia russa. Fare in modo che persino l’orrore diventi routine. Un ospedale non è una caserma. Non è un deposito di munizioni. Non è una postazione d’artiglieria. È il luogo in cui vengono portate persone che non sono più in grado di difendersi neppure dalle proprie malattie.

Ci sono uomini e donne immobilizzati in un letto, anziani che respirano grazie a un macchinario, infermieri e medici che tentano di salvare vite in condizioni difficili perfino da immaginare. Colpire un ospedale significa aggredire questa fragilità. Significa trasformare un luogo di salvezza in un luogo nel quale la morte arriva dal cielo. È un gesto di una vigliaccheria particolare: perché non si esercita contro chi può rispondere al fuoco, ma contro chi attende una cura, contro chi è affidato alla protezione di altri. Non chiamatelo incidente. Non è stato un errore sfortunato, ma un altro attacco deliberato contro civili innocenti. Kharkiv non è un episodio isolato, ma un altro capitolo di una sequenza che dura da anni. Nel marzo 2022 il reparto maternità di Mariupol fu devastato da un bombardamento russo. Nel luglio 2024 un missile colpì l’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kyiv, distruggendo il reparto di tossicologia e sconvolgendo un luogo nel quale erano ricoverati bambini gravemente malati. Oggi, nel novembre 2026, un’altra struttura sanitaria viene colpita e decine di persone ne pagano le conseguenze. Quante volte si può invocare la casualità prima che la parola perda ogni credibilità? Quanti ospedali sventrati, quante ambulanze danneggiate, quanti medici esposti al fuoco serviranno per riconoscere una condotta ricorrente?

Qui non siamo di fronte alla sfortuna. Siamo davanti a una guerra condotta anche contro la capacità di una popolazione di curarsi, resistere e continuare a vivere. I numeri non lasciano spazio alla consolazione. L’Organizzazione mondiale della sanità ha verificato oltre tremila attacchi contro l’assistenza sanitaria in Ucraina dall’inizio dell’invasione su vasta scala del febbraio 2022. Non si tratta soltanto di ospedali: il conteggio comprende strutture, personale, mezzi di soccorso e servizi sanitari. Una geografia della distruzione che racconta più della somma dei bombardamenti. Ogni struttura resa inutilizzabile priva una comunità di un presidio. Ogni medico costretto a fuggire lascia qualcuno senza assistenza. Ogni paziente evacuato si aggiunge a un sistema sanitario già martoriato. Esiste una ragione per cui il diritto internazionale umanitario riconosce agli ospedali una protezione speciale. L’articolo 18 della IV Convenzione di Ginevra stabilisce che gli ospedali civili non possono essere oggetto di attacco e devono essere rispettati e protetti. Non è un gesto di cortesia fra eserciti.

È uno dei confini che la civiltà ha cercato di imporre alla barbarie, anche nell’eventualità estrema in cui gli Stati scelgano di farsi la guerra. La macchina bellica del Cremlino calpesta sistematicamente quel confine. Alla distruzione militare si accompagna la pressione psicologica sulla società: costringere la popolazione a vivere sapendo che nessun posto è veramente sicuro, che neppure una sala operatoria o un reparto ospedaliero possono offrire riparo. È il terrore che continua dopo l’esplosione, quando una madre teme di portare il figlio in ospedale e un anziano si chiede se quel luogo sarà il prossimo bersaglio. Anche questo dovrebbe indignare. Il danno non si esaurisce nei muri crollati o nelle persone ferite. Si prolunga nelle cure interrotte, negli interventi rinviati, nelle diagnosi che arriveranno troppo tardi. La guerra contro un ospedale non finisce quando tacciono le sirene. Continua nel silenzio di chi non riesce più a trovare un letto, un medico, un farmaco. Eppure, dopo ogni bombardamento, si assiste allo stesso spettacolo. Si cercano formule diplomatiche, si invocano “escalation”, si teme di compromettere i negoziati. È giusto cercare la pace. Ma la pace perde significato se, per renderla politicamente più comoda, dobbiamo rinunciare a chiamare le cose con il loro nome. Chi bombarda un ospedale non sta esercitando una pressione negoziale. Sta infliggendo sofferenza a persone indifese.

La responsabilità ricade su chi dirige la guerra, pianifica le operazioni e continua a colpire città e infrastrutture indispensabili ai civili. Non è la forza di un esercito a misurarsi dalla capacità di terrorizzare i ricoverati. È, al contrario, il segno di una degradazione morale e politica che nessun comunicato ufficiale potrà cancellare. L’Europa non può permettersi il lusso dell’abitudine. Non possiamo trasformare le immagini di Kharkiv in un rumore di fondo, né accettare che l’ennesimo ospedale colpito sia soltanto un dettaglio nella cronaca del conflitto. La solidarietà all’Ucraina non è una frase per le occasioni solenni. Significa difendere concretamente il diritto di una popolazione a vivere senza essere deliberatamente terrorizzata, e pretendere che chi ha responsabilità politiche e militari per questi attacchi ne risponda. Ci sono momenti in cui la neutralità delle parole rischia di diventare indifferenza. Questo è uno di quei momenti. A Kharkiv è stato colpito un luogo nel quale si cercava di salvare la vita. E il punto non è soltanto quale edificio sia stato danneggiato o quanti feriti figureranno nel bilancio definitivo. Il punto è quale idea di guerra, e quale idea dell’essere umano, renda accettabile un simile attacco. Davanti a un ospedale bombardato, non dovrebbe esserci bisogno di scegliere da che parte stare. Basterebbe sapere da che parte stanno i malati, i medici e gli innocenti. E chi continua a colpirli ha già detto tutto di sé.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)